CON
LA REVISIONE DEL CODICE MILITARE DI GUERRA LA DITTATURA È ALLE PORTE.
FERMIAMOLA
32689.
ROMA-ADISTA. Niente più libera informazione sulla guerra. È quello che
prevede la delega al Governo per la revisione delle leggi penali militari di
pace e di guerra, già votata al Senato lo scorso 18 novembre e nelle prossime
settimane in discussione alla Camera: se il provvedimento venisse approvato
senza ulteriori modifiche il codice militare di guerra verrebbe applicato anche
alle cosiddette "missioni di pace" ed esteso addirittura a qualsiasi
cittadino italiano che si trovi "nel territorio estero sottoposto al
controllo delle Forze armate italiane nell'ambito di una operazione
militare", giornalisti ed operatori umanitari compresi.
"Il progetto ha due obiettivi di fondo", spiega il magistrato Domenico
Gallo, del Coordinamento nazionale giuristi democratici (www.giuristidemocratici.it):
"ridurre l'area di controllo di legalità affidata alla giurisdizione
ordinaria, incrementando la competenza della giurisdizione militare attraverso
la 'militarizzazione' dei reati comuni commessi da militari; abbassare la soglia
fra pace e guerra, riesumando le leggi di guerra e rendendole pienamente
utilizzabili". Diventerebbero così di competenza della giurisdizione
militare moltissimi reati, anche comuni, purché commessi da militari. Inoltre,
riducendo la distinzione fra "stato di pace" e "stato di
guerra", verrebbero gradualmente introdotte leggi di guerra anche in tempo
di pace, senza cioè che il Parlamento deliberi e il presidente della Repubblica
dichiari lo "stato di guerra", come la Costituzione vorrebbe; sarebbe
sufficiente - spiega ancora Gallo - che il Governo, con un semplice Decreto e
senza alcuna approvazione del Parlamento, proclamasse "l'instaurarsi di un
non meglio determinato tempo di guerra".
Sono quattro, in particolare, gli articoli del codice militare di guerra che
rischiano di imbavagliare definitivamente la libera informazione, tappando la
bocca ai militari e di fatto trasformando i pochi giornalisti ancoranon
embedded in addetti stampa delle Forze armate, sotto la minaccia di pesanti
pene detentive: l'articolo 72 ("procacciamento di notizie riservate"),
73 ("diffusione di notizie riservate"), 74 ("agevolazione
colposa") e 77 ("divulgazione di false notizie sull'ordine pubblico o
su altre cose di interesse pubblico") che prevedono la reclusione da 2 a 10
anni (in un carcere militare) per "chiunque si procuri notizie concernenti
la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti
delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina, le operazioni
militari e ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere
riservato"; la pena potrà poi aumentare fino a 20 anni di reclusione
qualora le notizie venissero divulgate o pubblicate. Nessuna notizia, pertanto -
a cominciare da quelle riguardanti per esempio le nostre Forze armate che
operano a Nassiyria - senza il via libera da parte dei comandi militari.
"Con l'approvazione di questa norma liberticida - commenta Fabrizio
Battistelli, presidente di "Archivio disarmo" -
diventa a rischio il mestiere dei giornalisti, che già devono affrontare
conflitti sanguinosi e privi di steccati fra combattenti e non combattenti.
Quale sarà il giornalista, inviato sul campo a dare conto di operazioni di
guerra (o di pace, che ormai presentano poca o nessuna differenza con le prime),
il quale dovrà guardarsi non soltanto da attentati, rapimenti, scontri a fuoco,
ma anche dal pericolo di finire sotto inchiesta per aver descritto un'azione
militare? Chi deciderà che una notizia, anche non classificata come segreta, può
avere 'carattere riservato'? Di questo passo, persino riferire dello stato di
salute degli uomini e delle donne del contingente potrà configurare un
reato". E Claudio De Fiores, docente di Diritto costituzionale a
Napoli, giudica a rischio anche gli operatori internazionali, che potrebbero
essere accusati di "somministrazione al nemico di provvigioni"
(articolo 248 del Codice militare di guerra) e condannati ad un periodo di
reclusione "non inferiore a 5 anni": l'applicazione dell'articolo non
è automatica, anche perché "bisognerebbe distinguere tra il legittimo
soccorso alle popolazioni civili prestato dagli operatori umanitari dalla loro
volontà di sostenere soggetti belligeranti". Tuttavia "nelle nuove
zone di guerra è spesso molto difficile provare la differenza tra un civile e
un belligerante; se tale normativa fosse realmente applicata, l'ordinamento
militare si troverebbe nelle condizioni di esercitare un pervasivo potere di
controllo sulle attività dei civili, ma di riflesso anche su quelle dei
movimenti pacifisti in Italia".
Contro la legge delega, Rete Lilliput e Articolo 11 (da oltre 100 giorni in
presidio perma-nente davanti a Palazzo Chigi per chiedere il ritiro delle truppe
italiane dall'Iraq) hanno lanciato una petizione a cui hanno aderito, fra gli
altri, Arci, Associazione obiettori nonvio-lenti, Beati i costruttori di pace,
Legambiente, Missionari comboniani, PeaceLink, Rete Radiè Resch, Un ponte
per... "L'obiettivo di questa revisione dei Codici penali militari - si
legge nel documento (www.ostinatiperlapace.org)
- è, di fatto, quello di offrire un contributo normativo alla costruzione del
nuovo ordine (o disordine) globale e alle teorie della guerra permanente.
Normare l'emergenza bellica per normalizzare la guerra. Inoltre è alto il
rischio di una definitiva decostituzionalizzazione del concetto di 'tempo di
pace' e 'tempo di guerra', sino a una integrale perdita di senso di quanto
stabilito dall'articolo 11, il cui valore quale principio fondamentale della
nostra Costituzione è stato già pesantemente messo in discus-sione da altri
atti posti in essere da questo e da altri governi".
Lo scorso 28 gennaio si è svolta un'azione di pressione davanti alla redazione
romana del "Corriere della Sera", per sollecitare il principale
quotidiano italiano ad occuparsi della questione. E "Azione
nonviolenta", mensile del movimento nonviolento, ha chiesto un'audizione
alle commissioni Esteri e Giustizia di Montecitorio