COMMERCIO EQUO: CAMBIARE SENZA TRADIRE, SI PUÒ? UN DIBATTITO APERTO

33018. ROMA-ADISTA. Il commercio equo e solidale ha raggiunto in Italia un giro d'affari complessivo di 220 milioni di euro l'anno. Dalle conclusioni del convegno "Globalizzazione solidale: la sfida del Fair Trade", organizzato lo scorso 28 settembre a Firenze da Coop Italia e TransFair, si evince che il ritmo di crescita di questo settore è del 15% annuo, grazie anche al contributo di quei circuiti di grande distribuzione che hanno affiancato le reti di botteghe attorno alle quali inizialmente il movimento si era strutturato. Per Coop Italia "il commercio equo rappresenta una forma giusta e sostenibile di fare affari. Esso fornisce un modello in cui la crescita economica va di pari passo con gli aspetti sociali ed ambientali al fine di assicurare uno sviluppo sostenibile alle future generazioni".
Eppure, tale evoluzione contiene - secondo alcuni - il pericolo di un sostanziale svilimento dello ‘spirito originario' del movimento del commercio equo e solidale (Ces). Alex Zanotelli, in una lettera pubblicata dall'agenzia Misna il 21/9, ha scritto: "per me il commercio equo e solidale è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema. Sappiamo bene poi che questo sistema economico finanziario neo-liberista è talmente scaltro che può trasformare anche questa perla in un suo fiore all'occhiello. Corriamo il rischio di buttare le perle ai porci". Padre Zanotelli lamenta il fatto che nelle grandi distribuzioni non c'è uno sforzo serio di informazione e coscientizzazione: il Ces - secondo il missionario comboniano - non è semplicemente un modo per dirottare risorse su filiere socialmente ed ecologicamente garantite, ma soprattutto uno strumento politico attraverso il quale denunciare le distorsioni e le iniquità del commercio internazionale nel suo complesso. Questa dovrebbe essere anche la ragion d'essere delle botteghe, intese non solo come luoghi finalizzati alla commercializzazione dei prodotti, ma anche come centri di irradiazione di una cultura alternativa e radicalmente critica nei confronti dell'ideologia neoliberista imperante. Tale progetto, secondo vari altri osservatori, non è però perseguibile se il commercio equo diventa un business come altri, un brand reso accattivante dal ‘surplus etico' che incorpora. Del resto la logica del brand, del logo, presuppone - anche per tutti gli altri prodotti - proprio la vendita di uno ‘stile di vita', di un ‘modello antropologico', più che di un oggetto in senso stretto, di un ‘valore d'uso'.
Alle osservazioni di Zanotelli ha risposto con una lettera Monica De Sisto, presidente di Fair e membro dell'associa-zione "Roba dell'altro mondo". Pur con tutte le perplessità che giustamente accompagnano i momenti di passaggio da una fase di sviluppo all'altra, secondo la De Sisto il movimento italiano ha le risorse culturali per saper gestire questo cambiamento; le critiche di Zanotelli, infatti, "non tengono conto della fatica che molti di noi stanno facendo, a partire dalle Botteghe, per promuovere quel profilo politico del Ces cui Alex tiene tanto". Di seguito un'intervista a Monica De Sisto.

È in continua crescita la quota dei prodotti del commercio equo e solidale venduti tramite le grandi catene di distribuzione tipo la Coop. Secondo alcuni, come per esempio Alex Zanotelli, questo fatto rischia di snaturare il progetto del Ces. Qual è il suo parere?
Innanzitutto il discorso sulla grande distribuzione è un tormentone che nel commercio equo va avanti ormai da molti anni, cioè da quando questi prodotti hanno fatto la loro comparsa sugli scaffali dei supermercati. Su questo però l'Italia è stata buona ultima. L'entrata dei prodotti del commercio equo nella grande distribuzione è stata in realtà l'origine del commercio equo in tutta Europa, tranne che nel nostro Paese. Il primo nucleo di lavoro, quello olandese, ha fatto come prima cosa il lancio del Fair trade coffee dentro le reti dei supermercati. In ogni caso sul problema della grande distribuzione penso che bisogna ragionare su due livelli.
A livello personale, intendo con questa accezione io e la mia organizzazione, abbiamo scelto di non entrare nella grande distribuzione. La valutazione che è all'origine di questa scelta è di non considerare congruente con la nostra idea politica di commercio inserire questi prodotti all'interno di una rete che è basata su un consumo acritico, di massa e poco trasparente nella gestione dei prodotti, anche dei prodotti equosolidali. Però è anche vero - e qui passiamo al secondo livello di analisi - che le organizzazioni che hanno scelto di entrare nella grande distribuzione sono consorzi di botteghe. Questi consorzi hanno ritenuto che stare nella grande distribuzione potesse essere in primo luogo un modo per raggiungere più consumatori di quelli che loro - come singole botteghe - potevano raggiungere. Ctm e Commercio Alternativo, che sono poi quelli più presenti nella grande distribuzione, essendo consorzi hanno al loro interno la presenza del movimento, il quale ha autonomamente valutato la convenienza politica ed economica di questa scelta. Anche Francuccio Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo dice che per alcune materie prime coloniali c'è bisogno di un grande flusso di commercio perché ci sono Paesi che dipendono completamente da queste coltivazioni. I produttori per esempio di caffè e di tè chiedono quanto più possibile accesso al mercato perché voglio svincolarsi al massimo dalle multinazionali. Quindi la questione è molto complessa: non può essere tagliata con l'accetta. È giusto - mi chiedo - che intere piantagioni possano uscire dai contratti che hanno con "Ciquita", con "Del Monte", per avere soltanto contratti equosolidali? Forse sì. Ed è sicuro che questo la rete delle botteghe non glielo può garantire, perché non è così capillare e non riesce ad assorbire così tanta quantità di prodotti.

Al di là della diffusione dei prodotti, c'è però chi pensa che i luoghi della grande distribuzione non permettano di portare avanti un discorso di critica politica e di sensibilizzazione…
Rispetto alla mobilitazione politica bisogna dire due cose. In primo luogo c'è da chiedersi: è veramente più importante mantenere una purezza assoluta piuttosto che diffondere una presenza più ampia e permettere ai consumatori di accedere ai prodotti del commercio equo? Io la risposta non ce l'ho, ma confido anche nella saggezza di quelle reti di botteghe che hanno deciso di accedere alla grande distribuzione. Non penso che lavorino contro il movimento. Inoltre ci sono tutte le altre formule come le macchinette automatiche negli uffici pubblici, le mense: anche queste rientrano in una distribuzione alternativa, legata alle "equo e bio gare d'appalto", e sono considerate da tutti i governi europei come strumenti per sostenere queste filiere particolari. Mi sembra che la creatività del movimento ha dimostrato che non siamo sotto scacco all'interno del supermercato, ma che si possono trovare modalità diverse di collaborazione con gli enti pubblici, con le scuole, con le università, anche più semplicemente con gruppi di cittadini attraverso i gruppi d'acquisto.
In secondo luogo vorrei aggiungere che in Italia un quadro politico abbastanza condiviso c'è, perché l'Italia si è data uno strumento di coordinamento partecipato, l'Agices (Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale, ndr), che non è soltanto un'associazione di categoria, ma è un percorso che usa il metodo del consenso. L'Agices ha praticamente coinvolto tutti gli importatori e la maggior parte delle reti di botteghe, sta aumentando la sua diffusione, ragiona in termini politici e in ogni suo lavoro affronta con forza i temi del confronto politico. C'è quindi molta differenza con organizzazioni come per esempio la "Fair Trade Foundation" inglese, che è un posto che serve al found raising (reperimento fondi, ndr), o a fare lobby col governo.

Come è affrontato il tema del commercio internazionale all'interno del movimento italiano e non solo?
Il commercio internazionale all'interno delle reti internazionali di commercio equo come tema non esisteva. Quest'anno, invece, proprio su proposta della nostra organizzazione e di Ctm si è fatto un percorso per un documento comune e partecipato sulla Wto. Se non c'era il commercio equo italiano all'interno dei coordinamenti internazionali il problema del commercio internazionale se lo sarebbero posti i soliti noti, senza un itinerario allargato, e con un approccio molto blando, come quello adottato in occasione del vertice di Cancun. Noi siamo stati capaci di lavorare ad un documento che tiene insieme tutti, botteghe e marchi, in una cornice forte ed ambiziosa che condanna radicalmente l'agenda del Wto. Siamo stati noi a farci sentire contro le stesse organizzazioni che volevano fare found raising col G8, proprio perché - abbiamo detto - non vogliamo fare solo commercio, vogliamo fare anche politica con una certa radicalità. Prima abbiamo incontrato diffidenza, ora - piano piano - riusciamo ad aggregare consenso attorno alle nostre posizioni. Non si può non star dietro alla velocità dei cambiamenti che tutti i movimenti hanno e che quindi ha anche il commercio equo. Bisogna assolutamente tenere la barra salda sulla politica, io condivido questa preoccupazione di p. Zanotelli, ma cercando di raccogliere le sfide che ci si presentano con coraggio e spirito di innovazione.

ADISTA 15.10.2005 n° 69