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DIVORZIATI RISPOSATI: HA RAGIONE TETTAMANZI
 di Ortensio da Spinetoli

ADISTA n° 20 del 8.3.2008

Presule di una delle più grandi diocesi d’Europa e persino tra i “papabili” nell’ultimo conclave, il cardinale ha avuto il coraggio (v. Adista n. 9/08) di richiamare l’attenzione della Chiesa sulla pastorale nei riguardi dei divorziati rispostati che, accanto alle coppie di fatto, per non parlare di ‘altri’, si trovano a bussare sempre più insistentemente alle porte della comunità credente.

Il problema non è certo dei più facili, date le preclusioni tradizionali e ufficiali (Diritto canonico, c. 915); Familiaris consortio, n. 84; Ecclesia de Eucharistia, n. 37), ma non è detto che non si possa provare a chiedersi se queste siano del tutte valide e legittime.

Il card. Tettamanzi, già professore di morale a Venegono, esorta a rivedere il trattamento o maltrattamento che la Chiesa riserva ai divorziati, ma se si passasse ad interpellare gli esperti, ossia i conoscitori delle fonti cristiane, i Vangeli e gli altri scritti neotestamentari, si potrebbe andare oltre, cioè provare a chiedersi fino a che punto la prassi ecclesiale collima con la testimonianza lasciata da Gesù Cristo.

La disciplina che esclude i divorziati dai sacramenti parte da due presupposti dati per scontati, ineccepibili ma che potrebbero rivelarsi gratuiti. Il primo è che la comunione è subordinata ad un eventuale “stato di grazia”; il secondo che i divorziati che si sono risposati vivono in “stato di peccato”. Stando all’insegnamento della Chiesa, essi non sono degni di “sedersi a cena” con Cristo nonostante che nei Vangeli Gesù si sia trovato spesso, per non dire abitualmente, a mangiare anche “con i peccatori” (Mt 11,19; Lc 15,1-2) e non abbia disdegnato la vicinanza o il contatto di donne poco onorate, adultere o prostitute (Mt 21,31; Lc 7,37-50). In casa di Levi “molti pubblicani e peccatori - sottolinea compiaciuto Matteo - si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli” (9,10). E a Gerico, proprio alla vigilia della salita verso Gerusalemme e quindi della pasqua che coincide con l’“istituzione” dell’eucarestia, si autoinvita “in casa” di Zaccheo che tutti ritenevano non eroe ma un ladro, perciò un notorio peccatore, e non vi apporta malauguri o condanne ma la gioia e la salvezza (Lc 19,1-9).

Ma nella mentalità ecclesiastica corrente c’è anche un’al-tra supposizione, pure essa indimostrata, che nell’eucarestia si abbia un “contatto fisico” con il corpo di Cristo, ma si dimentica che si tratta solo di un’interpretazione teologica (“transustanziazione”) che, pur proposta da un luminare di indiscussa fama (san Tommaso d’Aquino), non è stata ancora condivisa dalla totalità dei credenti in Cristo e non è nemmeno entrata a far parte del deposito della fede cattolica. È in altre parole una spiegazione, non una definizione del mistero eucaristico.

Quel che è meno dubitabile è che Gesù, nel banchetto di addio dai suoi, più che il suo corpo ha voluto lasciare un memoriale di quanto aveva sofferto fisicamente e moralmente per il bene delle moltitudini. Mentre stava lasciandoli, si dava pensiero che il ricordo di quanto aveva fatto per tutti, oltre che attraverso la parola (predicazione evangelica), si trasmettesse mediante una ritualizzazione che ne rievocasse, pur nei segni, la profonda portata, invitando i partecipanti a provarsi a fare altrettanto, fino a spezzarsi e a versare il proprio sangue per lo stesso scopo per cui egli dava la vita.

Nell’eucarestia si prende parte a un vero convito, ma solamente simbolico; il pane e il vino offerti ai commensali non sono più i semplici alimenti che erano in precedenza; entrambi hanno acquistato un significato nuovo (ma non sono diventati una sostanza, una realtà diversa); additano, segnalano a quanti li osservano o ricevono quello che uno ha fatto per tutti e ciò che essi sono chiamati a ripetere dando prova di bontà e di coraggio come lui. La comunione pertanto è sacrilega non quando chi la riceve viene da un talamo non legalizzato o ha lo stomaco ingombro di cibi “immondi”, ma vi si accosta con un animo diverso da quello avuto da Cristo, dominato dall’orgoglio, dall’egoismo più che dalla carità. Se così stanno le cose, che cioè chi ha il coraggio di appressarsi alla comunione si dichiara pubblicamente pronto a sacrificare se stesso, persino la vita, per il bene dei fratelli, come si fa a ritenerlo indegno di portarsi a ricevere il corpo di Cristo? Sarebbe come contraddire l’affermazione di Gesù che ha mostrato di gradire più le attenzioni di una pubblica peccatrice che quelle di un onesto fariseo (Lc 7,37-50). Ma allora la disciplina della Chiesa, diciamo dei suoi liturgisti o canonisti, sulle norme per ricevere validamente e lecitamente la comunione proviene dal formalismo, dal puritanesimo giudaico, o da disposizioni di Gesù Cristo?

La questione sta così tornando al punto di partenza: la situazione di colpa dei divorziati risposati. Ma in base a quale riferimento biblico o evangelico, cioè a quale ipotetica parola di Dio o di Cristo, si riesce ad avallare un così pesante giudizio? Ovviamente ci si richiama all’affermazione di Gesù “Ciò che Dio ha unito l’uomo non separi” (Mt 19,6), ma non ci si accorge che si cita una frase estrapolata dal suo contesto storico? In verità, Cristo ha preso posizione contro il matrimonio mosaico appunto perché contemplava una forma di divorzio a dir poco ingiuriosa, irriverente per la parte più debole del connubio, rilasciata sola alla malora. Con le parole “all’inizio non fu così”, egli richiama i suoi obiettori ad una forma più antica di convivenza uomo-donna e non mette in primo piano i genitori che si arrogavano un potere ingiusto, ma le due persone che liberamente, lasciando la loro casa di origine, si scelgono per “essere (nei figli) una sola carne”, quindi per realizzare insieme, si potrebbe esplicitare, una comunione di amore e di vita.

Il divorzio mosaico (Dt 24,1) è subentrato in un secondo tempo e come un sopruso che autorizzava l’uomo a spadroneggiare sulla donna, fino a distruggerla. È contro questa illegalità o iniquità che Gesù reagisce decisamente in nome della sua missione di inviato di Dio. Il modo (o comandamento) “nuovo” di agire che egli suggerisce ai suoi seguaci e quindi anche a chi si accinge a scegliere il partner della propria vita è fondato sulla comprensione, il rispetto reciproco, l’amore. Anche per Gesù il matrimonio non è una scelta qualsiasi che si può compiere a cuor leggero, con disinvoltura, giocando sul futuro e sulla felicità di un altro, ma, una volta avuti questi riguardi, non è detto che anche il cristiano non possa ritrovarsi a combattere con una scelta sbagliata, e chiamare in causa una parola di Gesù per inchiodarlo nel suo errore, nel suo stato di irrealizzazione e di infelicità, è del tutto fuori posto poiché non è il problema che egli si è proposto e ha cercato di risolvere.

Certo, non si può mettere in discussione una scelta così importante subito, al primo contrasto o al primo accenno di crisi; al contrario, occorre saper attendere, mettere in atto tutti i mezzi e tutti i modi per superare le difficoltà, ma alla fine, nonostante gli accorgimenti, le attenzioni e le precauzioni prese, i dissidi possono rimanere e convertirsi in conflittualità durature e insolubili. In tal caso, come si fa a ripetere che la convivenza matrimoniale sia sostenibile e, peggio ancora, obbligatoria?

L’ipotesi che Dio, anche nel caso di un matrimonio sbagliato o fallito, chieda di continuare a tribolare nella condizione di difficile, insopportabile disagio in cui i poveri sposi, colpevolmente o incolpevolmente, sono venuti a trovarsi è veramente incomprensibile, assurdo. Come si fa a lasciare un uomo e una donna, giorno e notte, in uno stato di grave incomodo fisico, psichico e morale, quasi di disperazione? È sadismo che non conviene imporre per nessuna ragione, tanto meno in nome di Dio che, a detta degli antichi profeti, eccelle in grazia e misericordia e, secondo Gesù, cerca solo il bene e la felicità dei suoi figli.

In tutte le situazioni sbagliate in cui l’uomo può venirsi a trovare è sempre invitato a rettificare, a correggere il suo errore. Perché proprio nel matrimonio, che mette in gioco tutta la felicità o infelicità dell’intera vita, una tale possibilità è negata? Tutte le legislazioni, di tutti i tempi, hanno considerato legittimo sia il divorzio che le nuove nozze. Non dovrebbe ciò portare la Chiesa a riconsiderare la sua intransigenza nei confronti dei divorziati? Se la ragione, che pure è una irradiazione dell’intelligenza divina, ha spinto l’uomo a considerare il divorzio come una scelta necessaria e legittima, perché chi si appella alla “parola rivelata” si dichiara totalmente contrario? Non potrebbe essere perché, a differenza di altri “fratelli nella fede” che pure si attengono al messaggio biblico, non ne ha compreso l’ultima portata?

La teologia, la catechesi e la comune predicazione si fanno forti di una parola di Gesù letta fuori dal suo contesto originario e misconoscono il senso della restrizione o dello scioglimento degli impegni matrimoniali segnalati in due passaggi del Nuovo Testamento. Matteo, nel testo in cui parla della nuova etica coniugale (“ci si sposa per sempre”), contempla un caso in cui la continuità può interrompersi ed è nel caso di porneia, che non significa unione illecita, ma fornicazione, adulterio, un fatto che annuncia la fine del rapporto di fiducia, di intesa, di amore, quindi della convivenza nuziale (Mt 19,9). Per Paolo, invece, lo scoglio può comparire quando si verifica un semplice contrasto di fede religiosa che può mettere in forse la comunione di coppia. Il comando è “separatevi”; la ragione, “perché Dio ci chiama alla pace”, soprattutto reciproca, non alle contese, al litigio (1Cor 7,17).

Stando così le cose, non è arbitrario pensare che, anche per il cristiano, il divorzio, con l’opzione di nuove nozze, possa ritenersi una scelta obbligata, lecita e senza alcun senso di colpa. Occorre tutta la ponderatezza del caso, ma anche tutta la tranquillità, la serenità di un diritto recuperato, se non di un dovere compiuto. Occorre tornare a riflettere spassionatamente sulla natura del matrimonio in sé per ridare anche ai coniugi cristiani la possibilità di gestire, con la responsabilità di cui sono capaci e la libertà che fa al caso, la loro situazione di coppia, provvedendo, in base ai dettami delle loro coscienze, ai differenti problemi a cui può andare incontro.