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“Così l’esegesi cattolica va verso l’isolamento”: intervista a Mauro

Pesce sul sinodo dei vescovi

intervista a Mauro Pesce a cura di Emilio Carnevali

“Adista” n. 79 del 15 novembre 2008

Con l'approvazione delle 55 proposizioni presentate dall'assemblea sinodale al papa, si sono

conclusi lo scorso 25 ottobre i lavori del Sinodo dei vescovi sulla parola di Dio (v. Adista nn. 75 e

77/08). Fra i nodi fondamentali trattati dai padri sinodali nelle proposte presentate al papa, c'era

anche il rapporto tra lo studio scientifico della Bibbia, con gli strumenti offerti dalla ricerca storica,

e la sua lettura teologica. Il Sinodo, come annunciato, ha inoltre chiesto la revisione e l'allargamento

del ministero del lettorato (uno degli ordini minori cancellati dal Concilio Vaticano II) per dare alle

donne un ruolo più ampio all'interno della vita della Chiesa. Quest'ultima proposta, malgrado la sua

limitatissima portata, che la configura come poco di più che un 'contentino' per le donne, ha

comunque raccolto, al momento della votazione dei padri sinodali, un'opposizione più forte di tutte

le altre proposizioni sinodali: 45 voti contrari su 243.

Di fronte alla richiesta del Sinodo, il movimento femminile di riforma della Chiesa FutureChurch,

se da una parte "accoglie calorosamente il riconoscimento" del ruolo delle donne da parte dei

vescovi, dall'altra ricorda che sarebbe necessario "allargare le occasioni di predicazione per donne e

uomini laici ben preparati, nei Paesi sviluppati così come nei Paesi in via di sviluppo". "Il ministero

del lettorato – ricorda il movimento – anche se non chiamato formalmente in questo modo, è già

aperto alla donne, che proclamano le Letture durante la Messa da oltre 30 anni. È difficile capire

quale sia il guadagno di chiamare formalmente le donne 'lettrici'". Infine, FutureChurch ricorda ai

vescovi che "farebbero meglio a riaprire la discussione per cambiare le regole sul celibato

obbligatorio e l'ordinazione delle donne al diaconato".

Del Sinodo e di altri temi abbiamo parlato con Mauro Pesce, biblista, professore di Storia del

Cristianesimo all'Università di Bologna, nonché autore (insieme a Corrado Augias) del best seller

Inchiesta su Gesù, duramente attaccato da autorevoli voci del mondo cattolico istituzionale proprio

per aver avvicinato il grande pubblico all'approccio storico ai Vangeli e alle fonti del cristianesimo

delle origini (v. Adista 17/07). (emilio carnevali)

Professore, quali sono le prime impressioni che ha tratto dal Sinodo dei vescovi che si è

appena concluso a Roma?

Il Sinodo dei vescovi è un grande evento perché, trattandosi di un’assemblea collettiva

dell’episcopato - per quanto abbia solo un valore consultivo e non deliberativo -, certamente non

mancherà di produrre effetti importanti, anche al di là dell’eventuale enciclica che il papa potrà

scrivere sull’interpretazione della Bibbia oggi. È dunque un avvenimento molto importante, su cui è

necessario riflettere con attenzione.

A me sembra che questo Sinodo, più che una sintesi, un approfondimento o un ulteriore progresso

rispetto all’atteggiamento che la Chiesa ha avuto nell’interpretazione della Bibbia dai tempi di

Leone XIII (con l’enciclica Providentissimus Deus) fino al Concilio Vaticano II, abbia al contrario

promosso un arretramento e un restringimento. È stato l’espressione di una particolare corrente

teologica che oggi è maggioritaria in certi ambienti ecclesiastici cattolici, ma che non è l’unica

teologia cattolica contemporanea e ovviamente nemmeno l’unica teologia importante manifestatasi

negli ultimi cinquant’anni.

Il Messaggio finale del Sinodo mi è sembrato fortemente ecclesiocentrico; non primariamente

teocentrico e neppure primariamente cristocentrico. Per quanto non si dica più che fuori della

Chiesa cattolica non vi è alcuna salvezza, la Chiesa cattolica diventa il punto di riferimento unico

per il messaggio cristiano agli uomini lungo l’asse Rivelazione-Cristo-Chiesa-Missione. A mio

avviso ci si sarebbe potuti servire di una teologia più teocentrica, in cui si riconosca che l’agire di

Dio nel mondo si manifesta attraverso una pluralità di disegni per l’umanità che non possono essere

tutti riassunti nella Bibbia o che veda già nella Bibbia un’apertura ad altre manifestazioni di Dio.

Anche la cristologia con questo restringimento ecclesiologico si impoverisce, perché Cristo viene

immaginato soltanto come una specie di ricapitolazione cristiana dell’Antico Testamento. Penso ai

contributi che altre teologie potevano dare: dalla concezione di Clemente Alessandrino di una

rivelazione di Dio che si diffonde nel mondo, alla pluralità delle vie di salvezza di San Tommaso

Moro nel suo libro L’Utopia, al cardinale Nicola Cusano, per arrivare ai grandi teologi del ‘900

come Karl Rahner.

Che tipo di teologia viene a delinearsi al termine di questi progressivi restringimenti e

sottrazioni?

Nella teologia espressa non solo nel documento finale ma in tutta l’impostazione e in diversi

documenti del Sinodo sembra assente quel riconoscimento della diversità e autonomia dei piani –

naturale e soprannaturale – che era stato tipico della teologia tomista. Qui il tomismo mi sembra

accantonato. Siamo lontani dall’umanesimo integrale di Jaques Maritain, siamo lontani dalla

teologia tomista di Yves Congar o di Marie Dominique Chenu. Sembra invece affermarsi una

teologia che tende a sfumare l’autonomia della natura, del piano razionale, a favore di uno

strettissimo rapporto tra natura e sovranatura sulla scia di Maurice Blondel e del suo interprete

teologico Henri De Lubac.

Quali sono le conseguenze di questa involuzione teologica sul piano dell’ecumenismo e del

dialogo interreligioso?

L’ecumenismo, insistendo sulla pluralità delle Chiese e quindi sulla pluralità delle interpretazioni

del messaggio cristiano, avrebbe dovuto essere parte integrante del dibattito del Sinodo, invece

proprio a causa dell’ecclesiocentrismo cattolico che ne ha caratterizzato l’impostazione teologica la

dimensione ecumenica è stata praticamente assente.

E anche per quanto concerne il dialogo interreligioso, questo Sinodo ha segnato un arretramento

rispetto a molti documenti pontifici precedenti. Sul dialogo con gli ebrei, ad esempio, alcuni

documenti ufficiali della Santa Sede avevano insistito nei decenni precedenti sull’autonomia

dell’antica alleanza, un’alleanza che non è mai tramontata, come aveva detto Giovanni Paolo II. La

teologia cattolica aveva dato spazio al riconoscimento di una pluralità legittima di interpretazioni

dell’Antico Testamento, e dunque riconosceva anche la legittimità dell’interpretazione ebraica. Su

questo punto la mancanza di riferimenti essenziali allo sforzo teologico della Chiesa cattolica negli

ultimi cinquant’anni da parte del Sinodo è davvero impressionante.

Cosa pensa dei giudizi emersi durante il Sinodo sul metodo storico-critico nell’interpretazione

delle Sacre Scritture?

Vorrei fare innanzitutto una precisazione. Io non amo molto la definizione di “metodo storicocritico”,

preferisco parlare semplicemente di “metodo storico”. Il metodo storico applicato alle

scienze bibliche nasce con l’umanesimo, si sviluppa alla fine del ‘500 anche in ambito cattolico e

poi ha la sua grande fioritura soprattutto nel XIX e nel XX secolo. L’enciclica di Pio XII del 1943

accettava pienamente questo metodo di indagine, che sostanzialmente consiste nell’interpretare un

testo biblico alla luce del significato che voleva dargli l’autore umano, e quindi alla luce della

cultura e della mentalità del tempo in cui è stato elaborato. Ciò che il metodo storico vuole evitare è

la proiezione sul testo sacro delle teologie che le diverse Chiese cristiane - luterane, cattoliche ed

ortodosse - hanno elaborato in seguito. Inoltre c’è anche un’altra differenza sostanziale tra esegesi

storica e interpretazione teologica. La storia considera i diversi testi neotestamentari, insieme alle

altre fonti protocristiane come fonte per conoscere ciò che è avvenuto. L’interpretazione teologica

vuole solo comprendere il messaggio del testo come luogo del messaggio per la Chiesa di oggi. Ad

un certo tipo di interpretazione teologica non interessa la storia ricostruibile mediante i testi, ma

solo il messaggio che se ne può trarre.

Ora, non credo che questo Sinodo abbia voluto mettere completamente da parte il metodo storico,

ma certamente lo ha marginalizzato. Si propone una lettura teologica della Bibbia che non riconosce

un’autonomia sufficiente all’analisi storica dei testi, e questo alla lunga non potrà che portare

l’esegesi cattolica all’isolamento rispetto al resto della scienza biblica mondiale. Già oggi l’esegesi

cattolica, soprattutto in certi Paesi, è mediamente arretrata rispetto alla ricerca internazionale; con

queste linee di tendenza del Sinodo in un prossimo futuro la frattura si approfondirà e ci troveremo

di fronte ad uno scontro tra le acquisizioni delle scienze storiche e sociali sui testi sacri e le

posizioni della Chiesa cattolica.

Da cosa ha origine la recente diffidenza della Chiesa nei confronti del metodo storico?

Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica Dei Verbum ed altri importanti documenti, ha

portato la Bibbia al centro della vita della Chiesa: è stato detto che sia nella formazione catechetica

dei bambini, sia nel breviario dei preti, sia nella liturgia, sia nella teologia stessa è necessario avere

come riferimento la Bibbia. Mettere al centro della vita dei fedeli la Bibbia ha significato dunque

che ciascun fedele, qualunque fosse la sua formazione e il suo livello culturale, dovesse avere un

accesso diretto ai testi sacri. A questo punto la Chiesa in tutti i suoi livelli si è accorta che i libri di

esegesi prodotti dagli specialisti erano troppo difficili, troppo tecnici per essere utilizzati dal popolo

fedele.

La risposta a questo problema - che è un problema assolutamente reale - è stata quella di evitare le

difficoltà più che di superarle. Si è cercato di rimuovere il problema, di allontanarsi da esso

fornendo un’interpretazione semplificata della Bibbia che non facesse venire in contatto i fedeli con

i nodi della ricerca storica, con il fatto ad esempio che i quattro vangeli sono diversi l’uno rispetto

all’altro, che la teologia di Paolo è diversa da quella di Giovanni, che ci sono state tante forme di

cristianesimo primitivo, ecc. Che le forme teologiche, dogmatiche e istituzionali delle Chiese

successive sono diverse da quelle dei primi tempi. Tutto questo, senza una formazione teologica

almeno elementare, non può essere comprensibile dal popolo fedele. Perciò si è scelto di

abbandonare sempre di più l’esegesi storica, che creava troppi problemi, a favore di

un’interpretazione spiritualizzante e armonizzante dei testi biblici.

Tuttavia, sul lungo periodo questa scelta ha un effetto disastroso, perché produce a livello di base

un’interpretazione dei testi di stampo fondamentalista. Non è che la Chiesa cattolica sia su posizioni

fondamentaliste: sarebbe una stupidaggine affermarlo. La teologia dell’attuale papa non è una

teologia fondamentalista. Però il desiderio giusto di dare la Bibbia al popolo, nelle mani del popolo

semplice, ha trovato realizzazione in un modo che ha portato ad una forma di spiegazione della

Bibbia che nega quei fatti storici che l’esegesi ha sempre riconosciuto. E tutto ciò produce

inevitabilmente col tempo una deriva fondamentalista, soprattutto nei cosiddetti movimenti che

controllano molta parte dei fedeli cattolici.

Oltre al pervertimento di esigenze pastorali, alla base della diffidenza della Chiesa per il

metodo storico non crede ci sia anche la paura per un’eventuale delegittimazione

dell’istituzione Chiesa in quanto tale?

Credo siano presenti entrambi i fattori. Tuttavia il secondo fattore, quello del timore che venga

messo in discussione l’aspetto istituzionale della Chiesa cattolica, secondo me sta crescendo

nell’ultimo decennio, ma non è il motivo principale della diffidenza verso il metodo storico. Io

continuo a pensare che il motivo principale sia di ordine pastorale.

Non si può negare però che là dove si attribuisce autonomia al metodo storico nell’interpretazione

della scrittura ma anche della storia della Chiesa dei primi secoli, si offre la possibilità di fornire

anche strumenti per poter modificare gli assetti attuali. Faccio un esempio: si insiste molto sul ruolo

di Pietro nella storia della Chiesa, però gli storici sanno che in realtà non c’è stato un episcopato

monarchico nella Chiesa di Roma fino alla fine del II secolo. E questo cambia sostanzialmente la

visione: non è vero che Pietro è stato il primo papa e poi ci sono stati dei successori. Sono stati dei

Collegi a dirigere la Chiesa di Roma per molti decenni. Questi dati non portano a distruggere

completamente, in modo irriverente, le istituzioni ecclesiastiche cattoliche, ma presentano dei fatti

che la teologia deve poter elaborare, anche in un contesto di carattere ecumenico.

Ecco, nella misura in cui si dice che senza una fede cattolica non si possono interpretare i testi, si

finisce per rendere molto difficile la stessa possibilità di una ricerca biblica da un punto di vista

storico, perché una volta che il presupposto di fede deve essere necessariamente quello cattolico e

non quello protestante o quello ortodosso, è inevitabile che si cerchi più o meno consapevolmente

nei testi quello che l’istituzione e la teologia attuale affermano.

Senza negare le preoccupazioni pastorali che spingono alcuni a privilegiare un’esegesi spiritualitista

che non distingue sufficientemente il piano storico da quello della fede cattolica, sarebbe stato

possibile percorre anche una seconda strada che invece mi sembra sia stata trascurata. Si sarebbe

potuto distinguere il problema pastorale da quello strettamente storico-esegetico. Sarebbe bastato

affermare la necessità che venisse preservato almeno uno spazio, nelle istituzioni accademiche

cattoliche, per una ricerca storica sui testi che non sia in nessun modo finalizzata ad una lettura

pastorale della Bibbia. I risultati dell’esegesi condotta in ambito strettamente accademico

potrebbero infatti essere poi esaminati ed utilizzati dai teologi che cercheranno di mediarli in

un’interpretazione appunto teologica. Seguendo questa strada, per lo meno si sarebbe permesso ad

una serie di intellettuali e studiosi cattolici di poter esercitare liberamente la ricerca storica sui testi

biblici senza il pericolo di una sanzione da parte dei vescovi o senza quella inevitabile autocensura

che previene il pericolo di una correzione da parte delle autorità. Cosa che adesso invece sarà

inevitabile, con il pericolo dell’isolamento dell’esegesi cattolica nel contesto dell’indagine

internazionale.