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Walter ultimo fallimento

di Barbara Spinelli

“La Stampa” del 22 febbraio 2009

Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più

ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come

consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e

passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati.

Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i

due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo,

e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla

Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente,

come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna

di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo protetto da una legge

che lo immunizza avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).

Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da

Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è

incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza,

immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri

esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è

nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito

senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare

l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: «Quando un partito si costituisce come

somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente,

ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di

mettere a rischio la sopravvivenza del partito». Solo un «partito nuovo, fatto di persone che

decidono ex novo, democraticamente» può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di

errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando

questi parve finito nell’autunno 2007.

Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il «tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (...)

che deve convincere milioni di esseri umani». Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto

fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una

visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il

potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre.

Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono «come fine, puro potere per il potere» (la

Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia

sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono

giovani vecchissimi), perché «in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche».

Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non

l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere

partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di

giustizialismo.

Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di

Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni

un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo,

un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano

perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha

rinviato primarie e nomina d’un vero leader («Perché Bersani non si candida segretario oggi, e

invece rinvia?», ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi

amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre

sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.

È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma

creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e

club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non

era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito

socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.

Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una

federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata

vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte

accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva

correttamente che «Berlusconi ha vinto una battaglia di “egemonia” nella società. L’ha vinta perché

ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare dal mio punto di vista di stravolgere il sistema

dei valori e persino le tradizioni migliori» in Italia. Ma che vuol dire «avere strumenti»? Berlusconi

ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra «ha già vinto, anzi stravinto».

Quel che occorre è «lavorare in profondità sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei

qualunquisti e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino

case del popolo». Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.

Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio

ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto

offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde.

Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di

concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che

«per comodità» si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio

argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.

Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è

generoso («Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore

dell’oggi»). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga

ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.

Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un

aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più

capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio

della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si

dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto

mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi

hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il

mondo è un poco più vasto.