Una commissione d'indagine sul debito pubblico

 

di Francesco Gesualdi

 

 il manifesto del 29 dicembre 2011

 

Il debito pubblico non pi una questione di ordinaria politica. diventata una guerra che, a seconda di chi la vincer, potr avere effetti devastanti per la democrazia e lo stato sociale dei prossimi trecento anni.

In campo ci sono le comunit nazionali contro i poteri della finanza, ma pi che di scontro bisognerebbe parlare di assedio. Disgraziatamente, il vantaggio delle oligarchie della finanza e non per merito proprio, ma per il tradimento della classe politica che mentre distraeva i cittadini con spettacoli di bassa demagogia, spalancava i portoni nazionali all'esercito mercantilista affinch i suoi guerrieri occupassero tutti i posti strategici. Ed oggi che l'intera economia mondiale sottomessa al loro dominio e che le loro regole sono applicate come fossero leggi della natura, tutti si affrettano a dirci che non c' altro da fare se non accettare i diktat dei mercati, ossia dei signori della finanza, che usano la speculazione e ogni altra strategia di ricatto per raggiungere i loro obiettivi, fondamentalmente tre.

Il primo: fare aumentare i tassi di interesse affinch una quota crescente di ricchezza prelevata alla collettivit, finisca nelle loro tasche invece che ai servizi pubblici. Cos scopriamo che il debito pubblico un meccanismo parassitario per consentire ai benestanti di vivere di rendita senza colpo ferire. Un meccanismo di redistribuzione alla rovescia, che prende a tutti per regalare ai pi ricchi. Nel 2010 la quota di entrate tributarie regalata ai signori della finanza stata pari al 15,6% corrispondente a 70 miliardi di euro. Ma dopo le bordate speculative degli ultimi mesi, i tassi di interesse sui titoli di stato sono quasi raddoppiati e per il 2012 ci si aspetta un aumento della spesa per interessi di 10-15 miliardi di euro. Soldi che in parte anche il governo Monti andr a pescare dove ce n' e dove facile prenderli, ossia nella cassa pensioni. E mentre tutti sentenziano che per una questione di equit intergenerazionale un dovere sacrosanto andare in pensione a 70 anni, ci nascondono che il vero obiettivo non garantire soldi ai giovani, ma assicurare un pizzo sempre pi alto ai signori della finanza che hanno fatto buon apprendistato alla scuola dei padrini.

Il secondo obiettivo mettere le mani sui servizi pubblici che possono procurare profitto. Non solo acqua e rifiuti, ma anche sanit, poste, istruzione, trasporti, viabilit, addirittura il sistema penitenziario come mostra l'esperienza statunitense. La strategia per convincerci a passare al mercato, stata sviluppata in due tempi. Prima ci hanno fatto un buon lavaggio del cervello per convincerci che privato buono, pubblico cattivo. Poi, ci hanno procurato una buona crisi finanziaria per convincerci che quand'anche volessimo, il pubblico non ha i mezzi per garantirci i servizi. Tutto sembra accidentale, ma sappiamo che la dottrina neoliberista all'opera dai tempi dell'accoppiata Reagan-Thatcher e non lavora solo tramite la via finanziaria, ma anche quella istituzionale, come mostra l'attivit di lobby svolta a Bruxelles e a Ginevra per ottenere dall'Unione Europea e dall'Organizzazione mondiale del commercio, risoluzioni e trattati che tolgono agli stati l'esclusiva dei servizi pubblici.

Il terzo obiettivo impossessarsi a buon mercato del patrimonio collettivo, ossia dei beni comuni, facendo leva sull'argomentazione che per risolvere il problema del debito pubblico bisogna ridurne la portata. Il debito pubblico italiano ammonta a 1900 miliardi di dollari: come disfarsene con le sole entrate fiscali? Ed ecco il suggerimento di vendere tutto ci che la comunit possiede in termini di partecipazioni azionarie, edifici, terreni, infrastrutture, spiagge, isole, monumenti. Uno dei pi solerti ad accogliere questo invito stato il governo D'Alema che nel 1999 venne insignito del premio Ocse come miglior privatizzatore dell'anno. Dal 1992 ad oggi sono stati trasferiti ai privati oltre 150 miliardi di patrimonio collettivo, principalmente imprese pubbliche. Ma la Fondazione

Eni, che pubblica annualmente un rapporto mondiale sulle privatizzazioni (Privatization barometer) stima che fra aziende ed immobili, lo stato italiano possiede ancora un patrimonio di 1500 miliardi su cui i privati non vedono l'ora di mettere le mani, naturalmente a prezzi di realizzo.

La scelta che oggi si impone se chinare la testa e cedere al ricatto dei mercati, o drizzare la schiena e organizzarci per rompere l'assedio. Ragioni di democrazia, dignit e giustizia suggeriscono di imboccare la seconda strada, adottando subito una misura d'urgenza, definita congelamento o moratoria del debito, che consiste nella sospensione del pagamento di capitale e interessi, per uno o due anni, verso banche, fondi e assicurazioni, avendo cura di salvaguardare le famiglie che detengono appena il 14% del nostro debito pubblico. Due gli scopi principali della manovra: neutralizzare la speculazione e toglierci di dosso l'ansia delle scadenze immediate che ci costringono a scelte avventate. Tamponando l'emorragia degli interessi non avremmo bisogno di ricorrere a manovre finanziarie d'urgenza e senza la pistola dei mercati alla tempia potremmo concentrarci sulla messa a punto di un piano ben ponderato di uscita dal debito. Un piano che deve necessariamente partire da una perfetta conoscenza delle ragioni per cui il debito si formato. perfino superfluo doverlo affermare, ma la prima cosa che si fa quando si chiamati ad aiutare una famiglia o un'azienda a tirarsi fuori dai debiti di capire bene la situazione, che non vuol dire solo mettere a fuoco l'ammontare dei debiti, ma anche se ci sono dei debiti illegittimi, come gli interessi usurai. Nel qual caso non si consiglia di pagare, ma di portare le carte in tribunale per denunciare l'abuso.

Se l'illecito pu annidarsi nei debiti privati, tanto pi pu nascondersi nel debito pubblico, un mare magnum dai mille gestori che non sempre hanno dato prova di onest e rispetto per il denaro pubblico. Per questo un secondo passaggio imprescindibile la nomina di una commissione di inchiesta, autorevole e indipendente, che conduca una seria indagine (audit per dirla all'inglese) per dirci chiaramente cosa ha contribuito a formare il debito pubblico. Solo l'aumento sconsiderato delle spese o anche la riduzione delle entrate? E parlando di spese quanto hanno pesato gli interessi che in in certi periodi sono stati a due cifre? E quanto hanno pesato gli eccessi di spesa dovuti a ruberie e corruzione? Dopo di che bisogner aprire un grande dibattito pubblico per stabilire se abbiamo l'obbligo di pagare tutto o solo ci che ha una base di legittimit. Molti giuristi internazionali affermano che il popolo ha l'obbligo di restituire solo quella parte di debito che stato utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse equi. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, pu essere dichiarato illegittimo e in quanto tale da ripudiare, come ci insegnano i popoli del Sud del mondo.

Se ben fatta, l'indagine ci mostrer non solo la vera dimensione del debito legittimo da ripagare, ma ci fornir anche indicazioni sulle politiche da seguire per mettere a punto un piano equo di uscita dal debito. Se risulter che al debito hanno contribuito privilegi e regalie alle fasce pi ricche, sotto forma di interessi esosi, contributi indebiti, abbattimenti fiscali ingiustificati, sar un motivo in pi per prevedere sacrifici pi alti a loro carico. In Italia sappiamo che abbiamo un tasso di evasione altissimo e che dal 1982 ad oggi si sono abbassate le aliquote oltre i 75.000 euro dal 72 al 43%. Per lo stato ha significato un mancato incasso che gli ha procurato un doppio danno: il peggioramento del debito e un maggiore esborso per interessi. Per i ricchi, invece, si trattato di un doppio guadagno: mancato esborso fiscale e incasso di interessi perch la beffa che i soldi risparmiati sono finiti comunque allo stato, ma sotto forma di prestito. E allora chi il vero debitore: il popolo depredato dai ricchi o i ricchi che hanno derubato il popolo?

Cos arriviamo alla terza iniziativa che l'individuazione delle politiche da adottare per sbarazzarci del debito senza danno sociale. Un tab da sfatare che non si possa ristrutturare il debito, ossia patteggiare con i creditori una riduzione delle quote in loro possesso. Lungo la storia molti paesi lo hanno fatto con sommo beneficio e sar necessario che lo faccia anche l'Italia per non aggravare una bancarotta gi in atto, che quella sociale.

Ristrutturare il debito, ma anche rivedere seriamente entrate e uscite. Sul piano delle entrate oltre ad adottare, finalmente, una seria politica anti-evasione bisogna ripristinare una politica fiscale di tipo progressivo come prescrive la Costituzione. Si sempre difeso l'abbassamento delle aliquote sui redditi alti sostenendo che servono per gli investimenti produttivi. Oggi sappiamo che sono

utilizzati per attivit speculative, addirittura contro i titoli di stato per costringerlo a pagare tassi di interesse pi alti. Ebbene, quei soldi oggi usati contro la comunit vanno recuperati per ripagare in parte il debito accumulato, in parte per finanziare il rilancio dell'economia basata sull'economia locale, sulla riconversione delle attivit produttive in un'ottica di sostenibilit, sul miglioramento e ampliamento delle infrastrutture che stanno alla base dei servizi pubblici: acquedotti, ferrovie locali, edilizia pubblica.

Aumento di spese per la costruzione di un altro modello economico e contemporanea riduzione delle spese inutili e dannose come le spese militari, i privilegi dei dirigenti pubblici e politici, le opere faraoniche che servono solo a ingrassare mafie e clientele. Ovviamente si tratta solo di considerazioni sommarie, che devono essere definite in dettaglio da un ampio dibattito pubblico. La partecipazione: ecco di cosa abbiamo davvero bisogno per uscire dal debito con equit. Ma la partecipazione si nutre di conoscenza. Per questo si scrive commissione d'indagine sul debito pubblico, ma si legge democrazia.

 

* Campagna per il congelamento del debito