Il valore etico dell'idea di una "decrescita felice"

 

di Giannino Piana

 

Jesus n. 10 dell'ottobre 2011

 

Nonostante la crisi economica mondiale, la convinzione che possibile una crescita illimitata ancora oggi largamente diffusa, al punto che divenuta l'ideologia dominante della nostra societ. La misurazione di ogni scelta personale e sociale secondo criteri mercantili e quantitativi, l'affermarsi di una competitivit radicale, la tendenza a ricercare il profitto immediato e il guadagno facile sono altrettanti assiomi che stanno alla base di tale orientamento e che hanno acquisito una consistente credibilit a seguito del crollo dei sistemi a economia pianificata dei Paesi del socialismo reale e della conseguente rivincita di una forma di capitalismo selvaggio favorito dal processo di globalizzazione in corso. La logica che soggiace a questa ideologia dell'espansione continua la logica dell'avere e del consumare, la quale si appoggia sulla creazione di bisogni sempre nuovi, indotti dall'esterno mediante la pressione sociale i media esercitano al riguardo una funzione determinante e in larga misura alienanti.

Le conseguenze di questo processo, che qualcuno ha giustamente definito come una delle peggiori e pi disastrose utopie, sono oggi sotto gli occhi di tutti. L'accumulo della ricchezza privata con sempre maggiori spoliazioni collettive e perci con l'incremento della marginalit sociale, il crescente indebitamento degli Stati il nostro ha, in proposito, un primato poco lusinghiero , la riduzione del lavoro a merce con la tendenza al ridimensionamento dei salari e dei diritti e, da ultimo (ma non ultimo per ordine di importanza), l'ampiezza della crisi ecologica, a causa sia del degrado ambientale che della progressiva riduzione delle risorse disponibili, denunciano il verificarsi di una situazione dai risvolti drammatici. Se poi si allarga lo sguardo come oggi doveroso fare, stante la stretta interdipendenza esistente tra i vari popoli della terra al contesto mondiale, appaiono evidenti i segni dello stato di grave squilibrio in atto e delle profonde ingiustizie che ne sono la causa. L'economia dei Paesi ricchi, che crea forme di sperequazione intollerabili nella distribuzione della ricchezza sia tra le nazioni che tra le classi sociali, scarica il suo impatto globale sugli ecosistemi dei Paesi pi poveri, accentuando le condizioni di disagio in cui vivono.

La considerazione che la crescita non pu essere infinita, che ha dei limiti che devono finire per imporsi, non , d'altra parte, di per s nuova. Gi agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso il Mit (Massachusetts Institute of Technology) con il rapporto sui Limiti dello sviluppo (Milano I 972) la traduzione corretta del testo originale inglese sarebbe piuttosto limiti alla crescita metteva in evidenza con chiarezza come la crescita economica non avrebbe potuto continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilit di risorse naturali e della limitata capacit di assorbimento delle sostanze inquinanti da parte del pianeta. La consapevolezza di questo fatto cresciuta negli ultimi decenni, al punto che vi chi ha cominciato a teorizzare la decrescita il primo a introdurre tale ipotesi stato Serge Latouche, noto economista ed ecologista parigino come via da percorrere per ristabilire gli equilibri infranti e dare avvio a un processo di vera umanizzazione.

Lungi dal costituire una rinuncia che mortifica le possibilit di espressione della persona, la decrescita, che comporta il rifiuto del consumismo e l'abolizione del superfluo, considerata da chi la sostiene una opportunit per questo si parla di decrescita serena o felice (a questa ultima dizione si rifa in particolare il movimento fondato in Italia da Maurizio Pallante) , cio come un mezzo per dare sempre pi spazio ai valori immateriali, a quelli relazionali in particolare, e per migliorare la qualit della vita. Essa implica anzitutto l'adozione di alcune scelte prioritarie in campo socioeconomico e politico, quali l'attenzione privilegiata ad assicurare a tutti cibo e farmaci, la preoccupazione per la preservazione della biodiversit, la regolazione del clima, la depurazione delle acque e dell'aria, la protezione dalle inondazioni, la prevenzione dalle malattie, ecc. Ma implica anche l'adozione di precise scelte personali, quali la pratica del riciclo dei rifiuti, la preferenza data alle energie alternative, l'abolizione degli sprechi alimentari e dell'abuso di risorse naturali; e l'elenco potrebbe continuare.

La posta in gioco , in definitiva, culturale ed etica. Si tratta di decidere se si vuole assegnare il primato alla ricerca del benessere economico a ogni costo o si vuole invece privilegiare la ricerca della felicit, la quale implica anche la limitazione dei bisogni materiali specialmente se superflui o alienanti e l'acquisizione di stili di vita capaci di fare spazio a istanze valoriali che restituiscano alla vita il suo senso vero e favoriscano una pi equa distribuzione dei beni tra gli uomini. A queste condizioni infatti la de- crescita acquisisce un significato altamente positivo poich diviene occasione di una autentica crescita umana.