Se il potere non ascolta il popolo di internet

 

 

di Stefano Rodot

 

 la Repubblica del 30 maggio 2011

 

Si pu organizzare un "evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet? Si pu esaltare il ruolo di Internet nel rendere possibili cambiamenti democratici e poi essere reticenti o silenziosi sulla effettiva tutela dei diritti fondamentali in rete? Si pu definire Internet "un bene comune" e poi affermare l'opposto, la sua sottomissione alla logica della propriet privata?

S, possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ci possa apparire. accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunit, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non stato cos. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libert e

diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e

previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non il pi grande spazio pubblico che l'umanit abbia conosciuto. , invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.

Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy il governante che pi ha sostenuto la necessit di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libert di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo ( appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di

quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.

Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libert, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina cos il rispetto dei diritti fondamentali, della libert di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.

Una scelta cos clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti

delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della societ civile l presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalit rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.

Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle pi interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalit e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet. Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libert in rete identificata con la libert d'impresa. stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi


 

fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Cos stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volont politica di mettere le mani sulla rete. E si svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.

Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre pi profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa il libero accesso alla conoscenza in rete.

Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacit di produrre innovazione non pu tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perch proprio cos, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.

I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata

analisi del tema della neutralit della rete, essenziale presidio per libert e eguaglianza.

Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potr essere percorsa senza resistenze. Si potr far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo cos al primo posto i riferimenti a libert e diritti, alla pluralit degli attori.

Alla povert e all'autoritarismo di quel comunicato si potr opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libert di espressione che sar presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come gi mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisogner pure fare i conti.

La grande partita politica di Internet rimane aperta.