La vera faccia della Lega

 

 

di Miguel Gotor

 

la Repubblica del 13 aprile 2011

 

Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora. Con queste incredibili parole il leghista Castelli, ex ministro della Giustizia e attuale viceministro alle Infrastrutture, ha commentato gli ultimi episodi di Lampedusa; del resto contro le Brigate rosse cosa abbiamo fatto? ha concluso per puntellare il suo strampalato ragionamento.

Bont sua, almeno per ora. C'era una volta la Lega di lotta e di governo. Una volta, perch oggi il Carroccio non lotta pi come vorrebbe e non governa come potrebbe: la macchina populista si inceppata davanti alla necessit di risolvere i problemi per davvero e non solo di alimentare continue paure e tensioni, come mostrano anche queste ultime dichiarazioni di Castelli.

Le prime avvisaglie del cambiamento si sono avute nelle splendide giornate di Torino e di Milano, in occasione della visita del presidente della Repubblica per le celebrazioni dell'Unit d'Italia. Le manifestazioni sono state accompagnate da un successo popolare superiore alle pi rosee aspettative e, forse per la prima volta, la Lega non ha saputo intercettare la tanto evocata pancia del Paese. Proprio la gente del Nord ha preferito guardare da un'altra parte, verso l'unit e non la divisione, verso la solidariet e non l'egoismo.

Il Carroccio appare prigioniero della sua propaganda, incapace di governare i problemi che una perenne retorica dell'emergenza e della radicalizzazione dei conflitti hanno amplificato presso il proprio elettorato di riferimento che ora inizia a chiedergli il conto. Basta ascoltare in questi giorni Radio Padania o sfogliare il quotidiano del partito per percepire l'insoddisfazione della base che denuncia il tradimento dei suoi ministri e attacca la Lega che prima era tigre e adesso Roma l'ha ridotta a un gattino. Naturalmente il bacino elettorale leghista pi ampio di queste manifestazioni militanti, ma sarebbe sbagliato sottovalutare un simile rumore di sottofondo.

La prima difficolt della Lega riguarda la crisi della leadership berlusconiana impelagata in una lotta senza quartiere contro la magistratura. Inevitabilmente questa crisi si riverbera sulla qualit dell'azione di governo, tutta concentrata, e ormai da troppo tempo, sulla sorte giudiziaria del premier. La Lega ha patteggiato il sostegno alle leggi ad personam con l'appoggio al federalismo, sottovalutando per il fatto che le prime sono immediatamente percepibili nei loro costi sociali in termini di tutela della legalit generale, mentre la riforma federale rimanda a un futuro incerto ed evanescente, nel frattempo accompagnato da un tangibile aumento della pressione fiscale.

La seconda difficolt concerne l'impianto culturale della classe dirigente leghista a livello locale e nazionale. Molti di loro potranno essere buoni sindaci e amministratori del territorio, ma hanno difficolt a guardare al sistema Italia nel suo insieme dentro un quadro di rapporti europei e internazionali sempre pi complesso. Davanti a questi ostacoli i dirigenti leghisti provano a reagire, giocando la carta dell'antieuropeismo (si pensi alle dichiarazioni del ministro Maroni in favore di telecamera) e quella della xenofobia (si legga l'intervista del governatore Zaia che accusa i tunisini di pretendere che tu non dia loro carne di maiale da mangiare) cos da rientrare in connessione emotiva con i propri militanti, i quali rivendicano ai microfoni di Radio Padania il loro razzismo quando auspicano di invadere di maiali Lampedusa o di sparare addosso a quei tunisini in fuga.

In verit, i leghisti sanno bene che il loro elettorato del Nordest conosce la realt dell'immigrazione, quella che lavora e produce e che consente gi oggi, ad esempio, di pagare le pensioni degli italiani. Solo che la vogliono a basso costo e dunque agitano lo spettro criminale perch sanno che un lavoratore senza diritti pi debole e quindi ricattabile sul piano economico e psicologico. Se per

un immigrato fosse pi semplice ottenere la cittadinanza, dentro una cornice di diritti e di doveri riconosciuti, non sarebbe pi disponibile a lavorare a qualsiasi prezzo, nero e clandestino come nera e clandestina la sua condizione di sfruttamento. Sono queste verit elementari, patrimonio comune delle classi dirigenti europee conservatrici come progressiste, che solo in Italia vedono i leghisti al governo fingere che non esistano e anzi soffiare irresponsabilmente sul fuoco che ora li sta lambendo.

L'impressione che le vele della demagogia si stiano sgonfiando e che il vento abbia cominciato a cambiare direzione: il tempo dell'incantesimo populista sembra ormai alle nostre spalle. Unit nazionale, coesione sociale e patto costituzionale sono i tre pilastri su cui costruire un'alternativa a questa destra incardinata lungo l'asse Lega-Berlusconi, che in realt non pi maggioranza nel paese, ma resiste arroccata al potere, tra uno Scilipoti e l'altro, e abbaia all'Europa perch non riesce pi a governare l'Italia.