Macelleria sociale

 

di Stefano Rodot

 

 la Repubblica del 24 luglio 2011

 

Un abisso di diseguaglianze si spalancato davanti alla societ italiana, negli stessi giorni in cui veniva certificato un drammatico ritorno della povert, di cui ha scritto su queste pagine, con i toni giusti, Adriano Sofri. La povert certo la condizione che pi rende visibile la diseguaglianza. Ma quel che sta avvenendo, soprattutto dopo la manovra finanziaria, una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe unarea sempre pi vasta di persone, ben al di l di vecchi e nuovi poveri.

La distribuzione dei "sacrifici" rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi pu essere pi facilmente colpito, che lima i gi ristretti margini dei bilanci familiari. Si calcolato il peso che avranno gli aumenti di imposte, tariffe, prezzi. Peso insostenibile per taluni, quasi non influente per altri. Leffetto complessivo della manovra peser per il 13,3% sui redditi bassi e per il 5% su quelli pi alti. La rappresentazione della spinta istituzionale verso la diseguaglianza non potrebbe essere pi netta.

cos tornata, in ambienti insospettabili, la vecchia espressione "macelleria sociale". Ma una macelleria ben selettiva, vista la cura con la quale si voluto tenere lontano da alcuni ceti anche un contributo poco pi che simbolico al risanamento dei conti pubblici. Rivelatrice la cinica dichiarazione di un ministro della Repubblica che, di fronte alla proposta di un significativo aumento della tassa per le automobili di maggiore cilindrata, ha esclamato: Ma quelli votano per noi!. Il suo grido di dolore stato prontamente raccolto, e la platea dei colpiti da quella misura stata drasticamente ridotta. Mentre troppi diritti vengono messi in discussione, sembra che il solo al quale si deve continuare a dare piena legittimazione sia quel "diritto al lusso", che fa bella mostra di s nella pubblicit di alcuni prodotti. Demagogia? O registrazione di una situazione di fatto nella quale si manifestano segni inquietanti di un ritorno della "democrazia censitaria", dove laccesso anche a diritti fondamentali sempre pi condizionato dalle risorse di cui ciascuno dispone?

Il caso che illustra pi direttamente lo stato delle cose quello dei ticket sanitari, che rivela una doppia diseguaglianza. La prima nasce dal fatto che il ticket di 10 euro per le prestazioni specialistiche, sommato alleliminazione della franchigia di 36,15 euro, colpisce pesantemente i redditi pi bassi, riguarda impiegati, lavoratori, cassintegrati e, malgrado alcune esenzioni, introduce un pesante filtro selettivo che, ovviamente, produce discriminazione. La seconda diseguaglianza nasce dallappartenenza regionale. Alcune regioni hanno gi deciso di non applicare il ticket, scelta possibile solo nelle regioni pi ricche. Si dir che questo leffetto della cattiva amministrazione in materia sanitaria di molte regioni. Ma tutto questo produce una distorsione gravissima. Si trasforma laccesso al diritto alla salute, il "pi fondamentale" tra i diritti fondamentali, in una variabile che lo subordina al reddito e allappartenenza regionale. A una prova cos impegnativa, il federalismo "allitaliana" conferma una delle pi serie critiche che erano state avanzate, la costruzione di un paese a velocit variabili in materia di diritti, dunque proprio sul terreno dove leguaglianza deve essere massima.

Questa progressiva cacciata dei pi deboli dallarea dei diritti non consente la considerazione, consolatoria, che cos sempre accade per i provvedimenti generali, che hanno effetti diversi a seconda del reddito delle persone. Lultima manovra, infatti, avviene in una fase in cui la tutela dei diritti stata gi pesantemente ridotta dalla crisi economica, come mostra uno studio dellAgenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2010. Il congiungersi di questi diversi fattori sta creando una situazione in cui si mette in discussione "il diritto allesistenza", e si ricacciano le persone in una condizione che le obbliga alla quotidiana ricerca di una precaria sopravvivenza. Non pi "lesistenza libera e dignitosa", di cui parla larticolo 36 della Costituzione, ma una esistenza subordinata a una contribuzione diseguale imposta dallo Stato, alle pretese di imprese che svuotano il lavoro di umanit e diritti.

 

I nostri, infatti, sono i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione dimmigrato, alletnia. In questo clima, dove massimo dovrebbe essere lo sforzo per produrre quella coesione sociale di cui tanto si parla, si moltiplicano invece i meccanismi di esclusione e di divisione. Poveri e diseguali: questo il nostro destino? La pura logica dei tagli offusca la capacit di progettare, di riflettere ad esempio sulla possibilit di riordinare lintera materia dei sostegni legati alla disoccupazione per trasformarle in un reddito di base di cittadinanza, come sta accadendo in diversi paesi, mettendo al centro dellattenzione proprio il diritto allesistenza come diritto fondamentale della persona (lo ha fatto la

Corte costituzionale tedesca).

Tornare a prendere in considerazione leguaglianza, la dignit, i diritti fondamentali. Non un lusso, la via della saggezza politica in un tempo in cui, altrimenti, i conflitti sociali si trasformano in rifiuto, rivolta. quel che sta accadendo con la denuncia quotidiana della inaccettabilit dei privilegi di ceti, non solo quello politico, che hanno sempre pi legato il loro modo dessere a una vantaggiosa diseguaglianza. La costruzione oligarchica della societ ha trovato la sua base materiale in retribuzioni sproporzionate, in franchigie per concludere qualsiasi affare, in vertiginose crescite della distanza tra i salari dei dipendenti e quelli dei dirigenti (nel caso Fiat di 1 a 423: non demagogia, ma informazione, ricordarlo). La questione al centro delle discussioni di questi giorni, e la ricordo perch, muovendosi con inconsapevolezza, si pu dare origine ad unaltra diseguaglianza. Penso, in particolare, a quel particolare costo della politica rappresentato dal finanziamento dei partiti. Innumerevoli vergogne lo hanno accompagnato in questi anni. Ma si torna sulla via maestra cancellandolo? John Rawls, tra i tanti, sottolinea come le risorse pubbliche siano indispensabili per evitare che la politica diventi prigioniera degli interessi privati. Riformiamo profondamente questo strumento, ma evitiamo che laccesso alla politica sia riservato agli abbienti, per non ricadere nella radicale diseguaglianza della "cittadinanza censitaria".