Il Ges storico secondo Ratzinger

 

 

di Vito Mancuso

 

la Repubblica dell'11 marzo 2011

 

Nel primo libro su Ges pubblicato nel 2007 Benedetto XVI chiedeva ai lettori quell'anticipo di simpatia senza il quale non c' alcuna comprensione. Aveva ragione, perch occorre essere ben disposti verso l'autore di un libro o di una musica, come verso ogni persona che si incontra, per poter adeguatamente comprendere. necessario per capire bene il senso della simpatia richiesta dal pontefice: nell'ambito teologico in cui si colloca non si tratta di un semplice sentimento, il quale peraltro c' o non c' perch nasce solo spontaneamente. Simpatia va intesa qui nel senso originario di patire-con, coltivando un comune pathos ideale. La domanda quindi : qual il pathos che ha mosso Benedetto XVI a pubblicare due volumi su Ges di oltre 800 pagine complessive, di cui oggi arriva in libreria il secondo che riguarda, recita il sottotitolo, il periodo dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione? La preoccupazione del Papa concerne il problema decisivo del cristianesimo odierno, a confronto del quale i cosiddetti "valori non negoziabili" (scuola, vita, famiglia) sono acqua fresca: cio il legame tra il Ges della storia reale e il Cristo professato dalla fede. Senza scuole cattoliche il cristianesimo va avanti, senza leggi protettive sulla famiglia e la bioetica lo stesso, anzi non detto che una dieta al riguardo non gli possa persino giovare.

Ma senza il legame organico tra il fatto storico Ges (Yeshua) e quello che di lui la fede confessa (che il Cristo) tutto crolla, e alla Basilica di San Pietro non resterebbe che trasformarsi in un museo. Nella fondamentale premessa del primo volume, una specie di piccolo discorso sul metodo,

il Papa si chiede "che significato pu avere la fede in Ges il Cristo () se poi l'uomo Ges era cos diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo dai Vangeli, lo annuncia la Chiesa", domanda retorica la cui unica risposta "nessun significato" e da cui appare quanto sia decisiva la connessione storia-fede. Chiaro l'obiettivo, altrettanto lo il metodo: Io ho fiducia nei Vangeli () ho voluto fare il tentativo di presentare il Ges dei Vangeli come il Ges reale, come il Ges storico in senso vero e proprio; concetto ribadito nella premessa del nuovo volume dove l'autore scrive di aver voluto giungere alla certezza della figura veramente storica di Ges a partire da uno sguardo sul Ges dei Vangeli. Il Papa fa cos intendere che mentre l'esegesi biblica contemporanea perlopi divide il Ges storico reale dal Cristo dei Vangeli e della Chiesa, egli li identifica mostrando che la costruzione cristiana iniziata dagli evangelisti e proseguita dai concili ben salda perch poggia su questa esatta equazione: narrazione evangelica = storia reale. Questo l'intento programmatico su cui Benedetto XVI chiede la sua "simpatia".

Peccato per lui per che in questo nuovo volume egli stesso sia stato costretto a trasformare il segno uguale dell'equazione programmatica nel suo contrario: narrazione evangelica ? storia reale. Il nodo la morte di Ges, precisamente il ruolo al riguardo del popolo ebraico, questione che travalica i confini dell'esegesi per arrivare nel campo della storia con le accuse di "deicidio" e le immani tragedie che ne sono conseguite. Chiedendosi "chi ha insistito per la condanna a morte di Ges", il Papa prende atto che "nelle risposte dei Vangeli vi sono differenze": per Giovanni fu l'aristocrazia del tempio, per Marco i sostenitori di Barabba, per Matteo "tutto il popolo" (su Luca il Papa non si pronuncia, ma Luca da assimilare a Matteo). E a questo punto presenta la sorpresa: dicendo "tutto il popolo", come si legge in 27,25, "Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Ges?". Sono parole veritiere e coraggiose (per le quali sarebbe stato bello che il Papa avesse fatto il nome dello storico ebreo Jules Isaac e del suo libro capitale del 1948 Ges e Israele, purtroppo ignorato), ma che smentiscono decisamente l'equazione programmatica che il principale obiettivo di tutta l'impresa papale, cio l'identit tra narrazione evangelica e storia reale.

Alle prese con uno dei nodi pi delicati della storia evangelica, il Papa stato costretto a prendere atto che i quattro evangelisti hanno tre tesi diverse, e che una di esse sicuramente non esprime un fatto storico. Se questa incertezza vale per uno degli eventi centrali della vita di Ges, a maggior

ragione per altri. Ne viene quello che la pi seria esegesi biblica storico-critica insegna da secoli, cio la differenza tra narrazione evangelica e storia reale.

Significa allora che tutta la costruzione cristiana crolla? No di certo, significa piuttosto che essa , fin dalle sue origini, un'impresa di libert. Non data nessuna statica verit oggettiva che si impone alla mente e che occorre solo riconoscere, non c' alcuna "res" al cui cospetto poter presentare solo un'obbediente "adaequatio" del proprio intelletto, non c' nulla nel mondo degli uomini che non richieda l'esercizio della creativa responsabilit personale, nulla che non solleciti la libert del soggetto. La libert di ciascun evangelista nel narrare la figura di Ges il simbolo della libert cui

chiamato ogni cristiano nel viverne il messaggio. Se persino di fronte ai santi Vangeli la libert del soggetto chiamata a intervenire discernendo ci che vero da ci che "sicuramente non esprime un fatto storico", ne viene che non esiste nessun ambito della vita di fede dove la libert di coscienza non debba avere il primato (compresa la libert di non prendere cos tanto sul serio l'etichetta "valori non-negoziabili" apposta dal Magistero alla triade scuola-famiglia-vita). Affrontare seriamente la figura di Ges, come ha fatto Benedetto XVI in questo suo nuovo libro, significa essere sempre rimandati alla dinamica impegnativa e responsabilizzante della libert