Non siamo tutti uguali

 

di Luigi Ciotti

 

 l'Unit del 4 dicembre 2011

 

Tutti, anche quelli che per anni hanno ostentato ottimismo, parlano ormai di crisi economica e di paura del futuro. Chi sta nel sociale, sulla strada lo tocca con mano. Tutti,anche quelli che per anni hanno ostentato ottimismo, parlano ormai di crisi economica edi paura del futuro. Chi sta nel sociale, sul territorio, sulla strada lo tocca con mano da tempo e ne ha segnalato, inascoltato, le avvisaglie. una crisi da cui non si uscir facilmente. Se ne uscir solo - a dispetto di chi, dopo averla provocata, ne promette il superamento grazie a una nuova crescita dietro langolo con trasformazioni sociali profonde. E, soprattutto, non chiudendo gli occhi. Perch la crisi non uguale per tutti.

Non uguale per i vecchi che frugano nelle pattumiere e per i 200.000 acquirenti annui di auto di lusso da 100.000 euro e pi. Non uguale per i milioni di giovani senza lavoro o con lavori finti e per chi incrementa rendite miliardarie, evadendo ogni forma di tassazione. Non uguale per chi muore di lavoro nero e pericoloso pagato quattro euro allora e per chi si arricchisce sfruttando quel lavoro. Non uguale per loperaio che guadagna 1.000 euro al mese e per lamministratore delegato che guadagna pi di quattrocento volte tanto.

La crisi una lente di ingrandimento che mostra anche a chi non vuole vedere due mondi diversi e divaricati (accompagnati da una zona grigia che slitta sempre pi verso la povert). Due mondi che non si parlano, dove la parte soddisfatta della societ sembra vivere come problema la presenza e la visibilit degli ultimi.

Vista dalla strada la crisi non riguarda n il prodotto interno lordo (il mitico Pil), n il crollo delle borse, troppo lontani per poter essere misurati e compresi. Vista dalla strada la crisi riguarda le condizioni di vita, sempre pi difficili, delle persone. Leconomia ha le sue leggi e i suoi saperi. Ma se non servono a migliorare le condizioni di vita delle persone, sono leggi e saperi inutili.

Parliamo, allora, delle condizioni delle persone. Su sette miliardi di donne e di uomini che abitano il pianeta, due miliardi vivono - quando vivono - in condizioni di povert assoluta, con un reddito giornaliero al disotto di due dollari (cio di un euro e mezzo); chi vive in condizioni di povert relativa, poi, la maggioranza; e ogni anno muoiono di fame - nella indifferenza dei pi sei milioni di bambini. Con la crisi, il problema della povert diventato centrale anche nel riccoOccidente. Cos, in Italia, vivono in condizioni di povert relativa (corrispondente a un reddito di 983 euro mensili per una famiglia di due persone) quasi otto milioni di persone; un italiano su tre (uno su due al Sud) non in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700-750 euro nellanno. povero un bambino ogni quattro ed disoccupato un giovane su tre. Un giovane su cinque cos sfiduciato e frustrato che il lavoro ha smesso di cercarlo. In termini di valore reale i livelli delle retribuzioni diminuiscono, e - come avvenuto nello scorso ottobre a Barletta - si pu morire di sottolavoro. Lo spettro della povert poi, un tempo limitato a chi era privo di occupazione, lambisce ormai una quota crescente di lavoratori. (...)

Di fronte alla crescita del disagio esistenziale, si sta consolidando la tendenza a rimuovere o a governare in maniera repressiva i fenomeni di cui non si ha pi cura, ignorando il disagio e la sofferenza delle persone. accaduto - sta accadendo - per la povert, per la marginalit, per la devianza, per limmigrazione.

Il lavoro, quando c, privato del suo ruolo sociale e della dignit, anche simbolica, che ha avuto finch stato riconosciuto come elemento essenziale della nostra identit. Ma un lavoro subordinato al profitto, ridotto a mezzo per garantire la ricchezza di pochi e - nella migliore delle ipotesi la semplice sussistenza degli altri, impoverisce la vita individuale e quella sociale. Insieme alle relazioni umane, il lavoro la base della nostra identit. Senza il rispetto delle attitudini, delle passioni e dellintelligenza delle persone, il lavoro non contribuisce alla costruzione di una societ,maal massimo produce aggregazioni, dove ciascuno trova posto (quandolo trova) non in base alle sue capacit ma alla sua funzionalit, valutata secondo princpi di pura e semplice convenienza economica.

il meccanismo che ha governato la cosiddetta flessibilit, concetto con cui per anni si sono giustificate le leggi - loro s inflessibili - del mercato: la disponibilit delle persone ad adattarsi alle attivit pi disparate senza garanzie contrattuali e senza la possibilit di fare del lavoro il nucleo intorno a cui costruirsi sicurezza materiale e dignit sociale.

Sono i diritti a garantire la trasformazione dello sviluppo economico in progresso sociale. La disuguaglianza, quindi, non solo unoffesa alla loro sacralit, una lacerazione delletica. un controsenso economico. La disuguaglianza non conviene a nessuno. Lattuale situazione di crisi la dimostrazione di come un sistema fondato sulle disparit e su profitti non equamente distribuiti finisce per impoverire tutti.

Quasi sempre, nella storia, i poveri sono stati considerati un pericolo e una minaccia per la societ e, conseguentemente, sono stati rinchiusi o allontanati. Ed stato un fiorire di case di correzione, di ospedali, di depositi di mendicit, di prigioni. Ci siamo illusi che la modernit avesse voltato pagina. Non stato cos, soprattutto negli ultimi tempi, in cui persino molte fortune di partiti e formazioni politiche sono state giocate sulla propaganda di idee e progetti di esclusione degli ultimi e dei non omologati. Penso al susseguirsi delle ordinanze di sindaci di citt e paesi relative a uninfinit di comportamenti ritenuti lesivi dellordine pubblico, della tranquillit, del decoro. Penso alla criminalizzazione dei lavavetri per i quali, pur a fronte di un fastidio marginale, si arrivati a invocare il carcere. Il problema della societ diventa - torna ad essere - la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i matti, i tossicodipendenti, i mendicanti, gli ambulanti senza licenza, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i questuanti, le donne sfruttate sui bordi delle strade, in un elenco potenzialmente senza fine. A infastidire i benpensanti non pi la povert ma la sua visibilit.

I fatti sono eloquenti: impensabile pensare di superare la crisi complessiva che attraversa il Paese (e lintero Occidente) se non si parte dalla premessa che il valore economico inscindibile dal valore sociale e che uneconomia sganciata dai bisogni e dalle speranze delle persone - ossia dalle loro vite - produce un sistema inaffidabile che provoca falsi valori.

Per anni ci stato detto che il libero mercato sarebbe stato in grado non solo di regolarsi grazie a una presunta mano invisibile, ma addirittura di produrre un effetto a cascata di cui tutti avrebbero beneficiato. Era - a voler essere indulgenti unillusione, ma ribadita con tale insistenza da diventare una specie di dogma. Le analisi che vanno per la maggiore dicono che la malattia economica va curata facendo tornare i conti a suon di tagli e di sacrifici che, guarda caso, riguardano sempre la spesa pubblica e i servizi sociali. Solo cos si dice - il sistema pu riprendere fiato, la gente consumare, e leconomia del Paese tornare a essere competitiva.

Andare avanti - vorrebbero farci credere - impossibile, se non ritornando indietro, a quando eravamo alle prese con la rivoluzione industriale ed erano ancora di l da venire le conquiste del secolo scorso in tema di lavoro: dignit, salario, sicurezza, diritto di sciopero, equa proporzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Lussi, viene detto, che oggi non possiamo pi permetterci, zavorre di cui dobbiamo al pi presto disfarci, se non vogliamo soccombere nella corsa sfrenata allo sviluppo. Continuo a credere che non sia cos.

 

(tratto da: La speranza non in vendita, Giunti - Edizioni Gruppo Abele)