«Bisogna parlare chiaro: Berlusconi è un eversor

 

 

intervista a Stefano Rodotà a cura di Maria Zegarelli

 

 

l'Unità” del 12 aprile 2011

 

 

Non usa giri di parole il professor Stefano Rodotà per commentare l’ultimo show del presidente del Consiglio fuori dal tribunale di Milano. «È stato un atto eversivo». Uno dei tanti che «ormai quotidianamente commette», aggiunge scadendo bene le parole.

Professore, ormai siamo oltre il normale conflitto tra i poteri dello Stato?

«Definire quello che sta accadendo in questi giorni e lo show di ieri come un conflitto tra poteri dello Stato è una gentilezza inadeguata alla situazione. I conflitti sono persino “normali” nei paesi democratici tanto che sono previste le sedi opportune dove risolverli. No, noi stiamo parlando di atti eversivi, non ci sono altri termini più adeguati di questo. Questo è il mio giudizio».

Anche lei definisce il premier un “eversore”?

«Esattamente. Non è la prima volta che si comporta in questo modo e a giudicare da quanto è accaduto fuori dal Tribunale di Milano è intenzionato a proseguire su questa strada. I conflitti, ripeto, si possono determinare, esistono le sedi proprie dove possono essere sollevati, ma non ci si rivolge in un Aula di tribunale ai magistrati in maniera ipocrita dicendo che lo devono giudicare in modo equilibrato per poi uscire e fare un comiziaccio. Ha aggredito la magistratura in quanto tale, affermando che lavora contro il Paese. Queste frasi pronunciate dal presidente del Consiglio assumono un carattere eversivo e non credo che un qualsiasi cittadino che avesse usato quelle stesse espressioni sarebbe sfuggito ad una denuncia».

Se siamo di fronte ad una situazione così grave, quale è la soluzione?

«Berlusconi ha già sollevato un conflitto di attribuzione sul caso Ruby in maniera formale facendo votare la maggioranza in tal senso investendo della questione la Corte Costituzionale. Quel voto nasce dal presupposto grottesco che il premier fosse convinto che Ruby era la nipote di Mubarak. Poteva fermarsi e invece no, perché è uscito dal terreno formale e si è lanciato in questa ultima provocazione».

Ma secondo il premier anche la Corte Costituzionale è un organo politico...

«Altro fatto gravissimo. Lui ormai si comporta così: ordine ai suoi di sollevare il conflitto davanti alla Corte e nello stesso tempo la delegittima definendola un organo politico e quindi disconoscendo limparzialità del verdetto che è chiamata a pronunciare. Questo è il suo gioco, un altro pezzo della sua strategia eversiva».

E torniamo alla questione. Quali sono le soluzioni?

«Le soluzioni sono politiche. Intanto è necessario dire tutto ciò che è doveroso per tutelare la magistratura e poi si deve chiedere conto al presidente del Consiglio di quanto sta avvenendo nelle sedi proprie, anche in parlamento. Noi abbiamo un premier che fa queste piazzate e non va in parlamento se non quando deve votare per se stesso. Venga a riferire agli eletti del popolo, quel popolo a cui ama tanto richiamarsi. Il parlamento non è un suo megafono, è un luogo istituzionale e non può essere piegato agli interessi privati di una persona. Infine, credo che si debba chiarire una cosa: sulla giustizia non si discute con questa gente».

Sta criticando chi, nell’opposizione, aveva cercato di aprire al dialogo?

«Penso che troppe persone, anche nell’opposizione, senza aver letto neanche una riga di quel testo chiamato riforma, si siano dette disposte a dialogare. Se avessero letto con attenzione si sarebbero resi conto che la prima riga di quel testo si riferisce all’articolo 101 della Costituzione nel quale è scritto che la giustizia è amministrata in nome del popolo. Nella riforma non si fa più riferimento alla giustizia amministrata in nome del popolo. Di fronte ad una proposta del genere non solo non ci si siede ad alcun tavolo ma si denuncia lennesimo atto eversivo. Credo che l’unica cosa che resta da fare sia quella di dire che in parlamento non si può parlare di giustizia fino a quando c’è questo presidente del Consiglio e questa maggioranza che traduce in norme un piano eversivo. È necessaria una intransigenza assoluta e non per ritorsione, sia chiaro».

Ha sentito il ministro Maroni? Ha detto rispetto all’Europa: meglio soli che male accompagnati”.

«Ormai siamo di fronte allimpazzimento del governo. Ma lo sa Maroni cosa vuol dire lEuropa? Penso che non sappia neanche quali sono le regole per rimanere o per uscire. Il presidente della Repubblica non è un caso che abbia espresso la propria preoccupazione. Napolitano va ringraziato ogni giorno per quello che sta facendo, per il suo grande equilibrio e per l’autorevolezza che lEuropa gli riconosce. Sono sicuro che continuerà a guardare con scrupolo istituzionale, che è doveroso, a quanto accade.