Testamento biologico Dovere alla vita o libert personale?

 

 

di Michele Di Schiena

 

 Adista  - Segni Nuovi n. 22 del 19 marzo 2011

 

Il disegno di legge sul cosiddetto testamento biologico approda in questi giorni alla Camera tra contrasti e riserve. Si tratta di un testo che appare pi preoccupato degli effetti che potr avere sugli umori elettorali che dellesigenza di disciplinare nel migliore dei modi una materia assai delicata e complessa.

Nel redigere il testamento biologico, definito dichiarazione anticipata di trattamento, il cittadino

esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari in previsione di una eventuale futura perdita della propria capacit di intendere e di volere. Il testo precisa che il dichiarante si deve pronunciare circa lattivazione o non attivazione di trattamenti sanitari e che pu essere esplicitata la rinuncia a trattamenti di carattere sproporzionato o sperimentale. Aggiunge inoltre che linteressato pu nominare un fiduciario che si impegna ad agire nel migliore interesse del paziente.

Sembrerebbe quindi che la legge voglia dare un peso determinante alle scelte del paziente, ma in realt cos non perch il testo aggiunge che lalimentazione e lidratazione sono forme di sostegno vitale che non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Ne consegue che il sondino nasogastrico diventerebbe obbligatorio dal momento che viene considerato un sostegno fisiologico e non un trattamento sanitario che, ai sensi dellart. 32 della Costituzione, non pu essere in alcun modo imposto a chi lo rifiuta. Ma c di pi: ogni scelta dellammalato finirebbe per essere priva di qualsiasi efficacia vincolante perch il Ddl allart. 7 afferma che le volont espresse dal soggetto nella sua dichiarazione anticipata di trattamento sono prese in considerazione dal medico curante che, sentito il fiduciario, annota nella cartella clinica le motivazioni per le quali ritiene di seguirle o meno. Il medico curante insomma, per un verso, sarebbe tenuto a rispettare i divieti esplicitamente contenuti nel testo normativo e, per altro verso, verrebbe autorizzato a disattendere gli orientamenti del paziente. Siamo quindi di fronte ad un monumento di contraddizioni esposto anche a fondate censure di incostituzionalit.

Non vi dubbio che il nostro ordinamento considera la tutela della vita umana come un diritto inviolabile e indisponibile, tanto che la legge penale punisce listigazione al suicidio e lomicidio del consenziente. Lindisponibilit del diritto alla vita si collega allidea che la vita stessa deve essere protetta non solo nellinteresse dellindividuo, ma anche nellinteresse della collettivit in quanto bene sociale, in considerazione dei doveri che sulla persona incombono verso la famiglia e verso la comunit. Una concezione solidaristica di indubbio valore in situazioni di normalit, ma che si tingerebbe di disumano rigore se la si volesse invocare nei casi di soggetti in stato vegetativo permanente o in condizioni patologiche di straziante sofferenza nei confronti dei quali non sono immaginabili doveri di sorta. Il principio della inviolabilit e della indisponibilit della vita non pu giustificare un provvedimento segnato da una schizofrenia che lo porta a riconoscere e a legittimare ci che al tempo stesso disconosce e proibisce. La salvaguardia del principio di indisponibilit del diritto alla vita non dovrebbe allora impedire allordinamento di farsi carico di situazioni estreme nelle quali il fardello dellesistenza umana pu risultare assolutamente insopportabile e tale da giustificare la prevalenza sulle altre esigenze delle ragioni della libert personale e della umana comprensione.

Una legge quindi sbagliata che non tiene nel debito conto la pari dignit delle diverse concezioni valoriali e lutilit del confronto fra di esse. Un confronto dal quale possono scaturire soluzioni in linea con i principi fondamentali dello Statuto se vengono tenuti nella dovuta considerazione alcuni cruciali interrogativi. In quali casi estremi (atroci sofferenze fisiche, demolitrici mutilazioni, stato vegetativo) una persona pu disporre che vengano sospesi trattamenti di assistenza che la tengono artificiosamente in vita? Come dovrebbe essere accertata lautenticit e la persistenza di tale scelta? Quali rigorose procedure dovrebbero essere seguite in tali evenienze? Come va disciplinato il diritto allobiezione di coscienza da parte dei sanitari per impedire indebite interferenze e inammissibili

pressioni?

Si tratta di problemi assai delicati che vanno risolti cercando di operare una responsabile ed equilibrata sintesi fra esigenze e principi diversi: il rispetto dovuto alla libert delle persone, lintrasferibilit (eccetto casi di assoluta necessit) di scelte che toccano il diritto alla vita, lesigenza di tutelare la dignit della persona umana, il dovere dei poteri pubblici di predisporre ogni necessaria misura intesa a prevenire delittuosi arbitrii in danno di chi si trova nellassoluta impossibilit di difendersi. Lauspicio che il Parlamento, accantonando pregiudizi ideologici e malcelati opportunismi, dia a queste domande meditate e convincenti risposte.

 

* Magistrato, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione