Il valore dei beni comuni

 

di Stefano Rodot

 

la Repubblica del 5 gennaio 2012

 

Si pu dire che il 2011 sia stato l'anno (anche) dei beni comuni. Espressione, questa, fino a poco tempo fa assente nella discussione pubblica, del tutto priva d'interesse per la politica, anche se il premio Nobel per l'economia era stato assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom proprio per i suoi studi in questa materia. Poi, quasi all'improvviso, l'Italia ha cominciato ad essere percorsa da quella che Franco Cassano aveva chiamato la "ragionevole follia dei beni comuni". E questo avvenuto perch la forza delle cose ha imposto un mutamento dell'agenda politica con il referendum sull'acqua come "bene comune". Da quel momento in poi stato tutto un succedersi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche, che hanno portato alla scoperta di un mondo nuovo e all'estensione di quel riferimento ai casi pi disparati. Si parla di beni comuni per l'acqua e per la conoscenza, per la Rai e per il teatro Valle occupato, per l'impresa, e via elencando. Nelle pagine culturali di un quotidiano campeggiava qualche mese fa un titolo perentorio: "I poeti sono un bene comune". L'inflazione non un pericolo soltanto in economia. Si impone, quindi, un bisogno di distinzione e di chiarimento, proprio per impedire che un uso inflattivo dell'espressione la depotenzi. Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora pu ben accadere che perda la capacit di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualit "comune" di un bene pu sprigionare tutta la sua forza. E tuttavia cosa buona che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l'attenzione per una questione alla quale affidato un passaggio d'epoca. Giustamente Roberto Esposito sottolinea come questa sia una via da percorrere per sottrarsi alla tirannia di quella che Walter Benjamin ha chiamato la "teologia economica".

Ci di cui si parla, infatti, un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, da tempo sostanzialmente affidato alla logica del mercato, dunque alla mediazione della propriet, pubblica o privata che fosse. Ora l'accento non pi posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella societ. Partendo da questa premessa, si data una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all'esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalit, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo pi lontano, abitato dalle generazioni future.

L'aggancio ai diritti fondamentali essenziale, e ci porta oltre un riferimento generico alla persona. In un bel saggio, Luca Nivarra ha messo in evidenza come la prospettiva dei beni comuni sia quella che consente di contrastare una logica di mercato che vuole "appropriarsi di beni destinati al soddisfacimento di bisogni primari e diffusi, ad una fruizione collettiva". Proprio la dimensione collettiva scardina la dicotomia pubblico-privato, intorno alla quale si venuta organizzando nella modernit la dimensione proprietaria. Compare una dimensione diversa, che ci porta al di l dell'individualismo proprietario e della tradizionale gestione pubblica dei beni. Non un'altra forma di propriet, dunque, ma l'opposto della propriet, com' stato detto icasticamente negli Stati Uniti fin dal 2003. Di questa prospettiva vi traccia nella nostra Costituzione che, all'articolo 43, prevede la possibilit di affidare, oltre che ad enti pubblici, a "comunit di lavoratori o di utenti" la gestione di servizi essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio. Il punto chiave, di conseguenza, non pi quello dell' "appartenenza" del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire l'accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati.

I beni comuni sono "a titolarit diffusa", appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno pu vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidariet. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano cos come strumento essenziale perch i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati. Al tempo stesso, per, la costruzione dei beni comuni come categoria autonoma, distinta dalle storiche visioni della propriet, esige analisi che partano proprio dal collegamento tra specifici beni e specifici diritti, individuando le modalit secondo cui quel "patrimonio comune" si articola e si differenzia al suo interno.

 

Se, ad esempio, si considera la conoscenza in Rete, uno dei temi centrali nella discussione, ci si avvede subito della sua specificit. Luciano Gallino ne ha giustamente parlato come di un bene pubblico globale. Ma proprio questa sua globalit rende problematico, o improponibile, uno schema istituzionale di gestione che faccia capo ad una comunit di utenti, cosa necessaria e possibile in

altri casi. Come si estrae questa comunit dai miliardi di soggetti che costituiscono il popolo di Internet? Di nuovo una sfida alle categorie abituali. La tutela della conoscenza in Rete non passa attraverso l'individuazione di un gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d'uso del bene, che deve essere direttamente accessibile da tutti gli interessati, sia pure con i temperamenti minimi resi necessari dalle diverse modalit con cui la conoscenza viene prodotta. Qui, dunque, non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilit di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perch le persone possano usarlo. il modo stesso in cui il bene viene "costruito" a renderlo accessibile a tutti gli interessati.

Ben diverso il caso dell'impresa, di cui pure si discute. Qui grande il rischio della confusione. Sappiamo da tempo che l'impresa una "costellazione di interessi" e che sono stati costruiti modelli istituzionali volti a dar voce a tutti. Ma la partecipazione, anche nelle forme pi intense di cogestione, non mette tutti i soggetti sullo stesso piano, n elimina il fatto che il punto di partenza costituito da conflitti, non da convergenza di interessi. Parlare di bene comune fuorviante.

L'opera di distinzione, definizione, costruzione di modelli istituzionali differenziati anche se unificati dal fine, dunque solo all'inizio. Ma non rimane nel cielo della teoria. Proprio l'osservazione della realt italiana ci offre esempi del modo in cui la logica dei beni comuni cominci a produrre effetti istituzionali. Il comune di Napoli ha istituito un assessorato per i beni comuni; la Regione Puglia ha approvato una legge, pur assai controversa, sull'acqua pubblica; la Regione Piemonte ne ha approvata una sugli open data, sull'accesso alle proprie informazioni; in Senato sono stati presentati due disegni di legge sui beni comuni e vi sono proposte regionali, come in Sicilia. Si sta costruendo una rete dei comuni ed una larga coalizione sociale lavora ad una Carta europea.

Quel che unifica queste iniziative la loro origine nell'azione di gruppi e movimenti in grado di mobilitare i cittadini e di dare continuit alla loro presenza. Una novit politica che i partiti soffrono, o avversano. Ancora inconsapevoli, dunque, del fatto che non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettivit politiche, di redistribuire poteri. un tema "costituzionale", almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l'insostenibilit crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge "naturale" dei mercati.