La sfida di Latouche "Cos si pu costruire una societ solidale"

 

intervista a Serge Latouche, a cura di Marino Niola

 

la Repubblica del 14 gennaio 2012

 

Un certo modello di societ dei consumi finito. Ormai l'unica via all'abbondanza la frugalit, perch permette di soddisfare tutti i bisogni senza creare povert e infelicit. la tesi provocatoria di Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all'Universit di Paris-Sud, universalmente noto come il profeta della decrescita felice. Il paladino del nuovo pensiero critico che non fa sconti n a destra n a sinistra sar a Napoli (dal 16 al 20 gennaio), ospite della Fics (Federazione Internazionale Citt Sociale) e protagonista del convegno internazionale "Pensare diversa-mente. Per un'ecologia della civilt planetaria" organizzato dal Polo delle Scienze Umane dell'Universit Federico II. Il tour italiano dell'economista eretico coincide con l'uscita del suo nuovo libro Per un'abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita (Bollati Boringhieri). Un'accesa requisitoria contro l'illusione dello sviluppo infinito. Contro la catastrofe prodotta dalla bulimia consumistica.

Cos' l'abbondanza frugale? Detta cos sembra un ossimoro.

Parlo di "abbondanza" nel senso attribuito alla parola dal grande antropologo americano Marshall Sahlins nel suo libro Economia dell'et della pietra. Sahlins dimostra che l'unica societ dell'abbondanza della storia umana stata quella del paleolitico, perch allora gli uomini avevano pochi bisogni e potevano soddisfare tutte le loro necessit con solo due o tre ore di attivit al giorno. Il resto del tempo era dedicato al gioco, alla festa, allo stare insieme.

Vuol dire che non il consumo a fare l'abbondanza?

In realt proprio perch una societ dei consumi la nostra non pu essere una societ di abbondanza. Per consumare si deve creare un'insoddisfazione permanente. E la pubblicit serve proprio a renderci scontenti di ci che abbiamo per farci desiderare ci che non abbiamo. La sua mission farci sentire perennemente frustrati. I grandi pubblicitari amano ripetere che una societ felice non consuma. Io credo ci possano essere modelli diversi. Ad esempio io non sono per l'austerit ma per la solidariet, questo il mio concetto chiave. Che prevede anche controllo dei mercati e crescita del benessere.

Perch definisce Joseph Stiglitz un'anima bella?

Stiglitz rimasto alla concezione keynesiana che andava bene negli anni '30, ma che oggi, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, mi sembra impraticabile. Nel dopoguerra l'Occidente ha conosciuto un aumento del benessere senza precedenti, basato soprattutto sul petrolio a buon mercato. Ma gi negli anni '70 la crescita era ormai fittizia. Certo il Pil aumentava, ma grazie alla speculazione immobiliare e a quella finanziaria. Un'et dell'oro che non ritorner pi.

il caso anche dell'Italia?

"Certo, il boom economico italiano del dopoguerra si deve soprattutto a personaggi come Enrico Mattei che riusc a dare al vostro paese il petrolio che non aveva. stato un vero miracolo. E i miracoli non si ripetono".

I sacrifici che i governi europei, compreso quello italiano, stanno chiedendo ai cittadini serviranno a qualcosa?

Purtroppo i governi spesso sono incapaci di uscire dal vecchio software economico. E allora tentano a tutti i costi di prolungarne l'agonia, ma questo, lo sanno bene, non fa altro che creare deflazione e recessione, aggravando la situazione fino al momento in cui esploder.

Lei definisce la societ occidentale la pi eteronoma della storia umana. Eppure comunemente si pensa che sia quella che garantisce il massimo di autonomia democratica. Chi decide per noi?

Di fatto siamo tutti sottomessi alla mano invisibile del mercato. L'esempio della Grecia emblematico: il popolo non ha il diritto di decidere il suo destino perch il mercato finanziario a scegliere per lui. Pi che autonoma, la nostra una societ individualista ed egoista, che non crea soggetti liberi ma consumatori coatti.

 

Qual il ruolo del dono e della convivialit nella societ della decrescita?

L'alternativa al paradigma della societ dei consumi, basata sulla crescita illimitata, una societ conviviale, che non sia pi sottomessa alla sola legge del mercato. Che distrugge alla radice il sentimento del legame sociale che alla base di ogni societ. Come ha dimostrato l'antropologo Marcel Mauss, all'origine della vita in comune c' lo spirito del dono, la trilogia inscindibile del dare, ricevere, ricambiare. Dobbiamo dunque ricomporre i frammenti postmoderni della socialit usando come collante la gratuit, l'antiutilitarismo. In questo concordo con gli esponenti italiani dell'economia della felicit, come Luigino Bruni e Stefano Zamagni, che si rifanno alla grande lezione dell'economia civile napoletana del Settecento di Antonio Genovesi.

Il capitalismo l'ultimo pugile rimasto in piedi sul ring della storia?

Non so se sia proprio l'ultimo pugile, perch non si sa mai in cosa capace di trasformarsi, ci sono scenari ancora peggiori, come l'eco-fascismo dei neoconservatori americani. Certo che siamo ad una svolta della storia. Se un tempo si diceva "o socialismo o barbarie" oggi direi "o barbarie o decrescita". Serve un progetto eco-socialista. tempo che gli uomini di buona volont si facciano obiettori di crescita.

Francis Fukuyama di recente ha riaffermato di ritenere che il modello liberal-capitalistico resti l'orizzonte unico della storia. Senza alternative. Cosa ne pensa?

Che ha una bella faccia tosta. Prima si sbagliato totalmente sulla fine della storia, e oggi ripropone la stessa solfa. La sua profezia stata vanificata dalla tragedia dell'11 settembre che ha dimostrato che la storia non era per niente finita. Fukuyama chiama fine della storia quella che semplicemente la fine del modello liberal capitalista.

A chi dice che l'abbondanza frugale un'utopia lei risponde che un'utopia concreta. Non una contraddizione in termini?

No, perch per me l'utopia concreta non significa qualcosa di irrealizzabile, ma il sogno di una realt possibile. Di un nuovo contratto sociale. Abbondanza frugale in una societ solidale. Sta a noi volerlo.