Omofobia: le responsabilit delle Chiese

 

di Alessandro Esposito*

 

 

Micromega del 27 novembre 2012

 

A seguito della dolorosa vicenda che ha visto coinvolti alcuni adolescenti e che ha costituito una delle probabili concause che hanno poi determinato il suicidio del giovane Andrea, studente presso il liceo scientifico Cavour di Roma, mi capitato di leggere diversi commenti, alcuni anche profondi e penetranti, nei quali si tracciava il profilo di una discriminazione sociale strisciante e preoccupante, anche in seno al mondo giovanile.

 

Ci in cui assai meno mi capitato di imbattermi la critica ad un universo, quello ecclesiastico, che pi di ogni altro ha contribuito a fomentare il pregiudizio omofobo e a radicarlo nella societ italiana. A tale proposito vorrei riferirmi a titolo esemplificativo a due esternazioni in cui mi capitato dimbattermi due anni fa, allindomani della decisione che la sessione europea del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste ha preso in merito alla piena legittimit delle benedizioni di coppie dello stesso sesso laddove la comunit locale interpellata abbia svolto un percorso di educazione e di sensibilizzazione in ordine a questa tematica.

 

La prima dichiarazione che vorrei riportare quella effettuata dalla conferenza episcopale piemontese che, a poche ore dalla decisione sinodale in oggetto, si affrettata a chiarire che, a suo (insindacabile?) giudizio, non si pu stabilire unanalogia neppure remota tra le unioni omosessuali ed il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia. Segue, a confortare gli animi

eventualmente delusi di fronte a tale palese pronunciamento, limmancabile precisazione: Ribadire questo non significa non accogliere fratelli e sorelle che manifestano tendenze omosessuali. Per carit: nessuna esclusione, si capisce. A patto che sia la chiesa a stabilire quali debbano essere i parametri che regolano laccoglienza nel suo seno di quante e quanti possono s manifestare,

entro certi limiti, ci che sono, ma non viverlo.

 

Ancor pi avvilenti, per, risultano le dichiarazioni effettuate da Remo Cristallo, presidente della Federazione delle Chiese Pentecostali, secondo cui la nostra comprensione della bibbia e lesperienza delle nostre chiese ci inducono a credere che lomosessualit una condizione suscettibile di cambiamento (rivista Notiziario Evangelico/Nev n. 25/2011): mirabile eufemismo attraverso cui si intende reintrodurre surrettiziamente una concezione dellomosessualit come devianza correggibile.

 

Ora, il dialogo unistanza irrinunciabile, specie nei rapporti ecumenici: ma perch esso abbia luogo necessario che vi siano dei presupposti che, nei due casi citati, mi paiono del tutto assenti. Trovo estremamente significativo il fatto che realt come il cattolicesimo istituzionale ed il pentecostalismo tradizionale, che non di rado si lanciano mutui strali, finiscano poi per convergere per ci che attiene ad una visione etica improntata al perbenismo benpensante. Il protestantesimo storico, con sommo rammarico di alcuni, ha scelto unaltra via: quella di accogliere criticamente le istanze di un contesto sociale e culturale in costante trasformazione anzich optare per respingerle in blocco, spesso pregiudizialmente. La realt storica, infatti, ci interpella e, a dispetto dei reiterati tentativi ecclesiastici di arroccamento in materia etica, ci provoca ad un cambiamento che, non di rado, finisce col risultare opportuno assai pi che nocivo.

 

C chi intravede, in considerazioni come questultima, il rischio di una spaccatura in seno allecumene cristiana: non vi dubbio che si tratti di un rischio reale. Ma, mi domando: possibile ed auspicabile evitare tale rischio di fronte ad affermazioni secondo cui le persone omosessuali dovrebbero essere considerate alla stregua di malati ai quali, grazie a Dio, le chiese possono


 

offrire guarigione? Quali sono i margini di confronto, in tal caso? Ecco perch, assai pi che le spaccature, temo gli irrigidimenti e lipocrisia che li sostanzia rendendo impossibile un raffronto autentico, improntato al rispetto dellinterlocutore e alla pari legittimit delle sensibilit umane, prima che teologiche, in dialogo. Ed ecco perch, a quanti in seno alle distinte realt ecclesiastiche insistono nel celarsi dietro il paravento di unaccoglienza puramente nominale, chiedo lonest di giocare a carte scoperte.

 

* pastore valdese