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I forconi e i luoghi della vita

 

di Barbara Spinelli

 

la Repubblica del 18 dicembre 2013

 

Fin qui abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa, limpoverirsi italiano: lo leggevamo nella scienza triste delle statistiche, delle percentuali. Ora lo vediamo faccia a faccia: linsurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano invece di risanare.

Non insurrezione pura, anzi il contrario. Non collera di operai ma dei pi svariati mestieri, perch tutti precipitano, anche il ceto medio che simmaginava scampato e tanto pi si sgomenta. In molte regioni il movimento agguantato dalle mani predatrici della destra estrema, o berlusconiana, o leghista.

Gi sei anni fa, il Censis avvert governi e politici: attenzione disse lItalia una poltiglia che ha smesso di sperare nel futuro, non potete far finta di niente. Prima ancora, fra il 2003 e il 2004, nacque la canzone che divenne emblema del sito di Grillo ed oggi parola ricorrente del movimento 9 dicembre: Non ce la faccio pi!. Qualche mese fa sui muri di Atene comparve una scritta, contro lUnione europea, che echeggia il nuovo antieuropeismo italiano: Non salvateci pi!.

detta rivolta dei forconi, perch volutamente rimanda alle jacquerie contadine del 300. Neppure questa una novit. La crisi frantuma la societ, il vecchio scontro fra chi nella scala sociale stava sopra e chi sotto soppiantata dallatroce separazione tra chi sta dentro i castelli signorili e chi fuori: escluso, non visto, non pi rappresentato, ignaro della vecchia contrattazione perch il sindacato protegge i protetti, non chi allo sbando. Hilary Mantel, scrittrice inglese, sostiene che gli inglesi son ricaduti nel Medio Evo: La povert di nuovo equiparata a fallimento morale e debolezza, e lassistenza pubblica anzich un diritto un privilegio.

C di tutto, nel tumulto degli impoveriti: i piccoli commercianti che non rientrano dallo scoperto bancario, gli artigiani senza soldi per pagare le tasse e puniti dai tassi usurai praticati da Equitalia, i proletari giovanili del precariato, gli autotrasportatori, e il popolo delle partite Iva che usava evadere, che votava Lega, ed ora sul lastrico. Non stupisce che nel movimento si attivino destre eversive come Forza Nuova o CasaPound. La Casa della Legalit a Genova sospetta infiltrazioni mafiose a Torino, Imperia, Ventimiglia, Savona. Alcuni inneggiano a governi militari, come in Grecia. Andrea Zunino, agricoltore, rappresenta solo se stesso ma si proclama leader e confessa, a Vera Schiavazzi su Repubblica, la sua ammirazione per la dittatura nazionalista e xenofoba del premier ungherese Orbn. Si domanda, anche, come mai 5 o 6 tra i pi ricchi del mondo siano ebrei.

Lo sguardo lungo della storia utile, per ascoltare e capire la storia mentre si fa. Forse pi dello sguardo degli economisti, disabituati a pensare luomo quando dice, nel sottosuolo, non ne posso pi. Jacques Le Goff, non a caso specialista del Medio Evo, denunci gi nel 97 la nefasta smemoratezza storica degli economisti: Una lacuna tanto pi disdicevole se si pensa che la maggior parte degli stessi economisti, che hanno acquisito nelle nostre societ e presso i governi europei e mondiali unautorit spesso eccessiva e a volte ingiustificata, non hanno una buona conoscenza della storia economica e, cosa ancor pi grave, si preoccupano poco della dimensione storica.

Anche lapparire di un personaggio come Pierre Poujade, negli anni 50 in Francia, sorprese le lite dominanti quando si mise alla testa di una vastissima rivolta di piccoli commercianti e artigiani fino allora trascurati. Anche quel movimento, effimero ma per alcuni anni possente, covava sporadici pensieri fascistoidi, antisemiti (il bersaglio era il premier Mends France, non autenticamente francese). Gli intellettuali lo stigmatizzarono, da Roland Barthes a Maurice Duverger. Pi fine e terribilmente attuale il giudizio che diede lo storico-geografo Andr Siegfried: figli reietti della deflazione, i poujadisti si dibattono nel chiasso, con i gesti disordinati della gente che annega.

Qui si ferma tuttavia il paragone. Poujade spunt nellera della ricostruzione e del Piano Marshall, a partire dal 1953. Lottava contro le trasformazioni di una crescita forte: le prime catene di supermercati che bandivano i negozi tradizionali, e le tasse innanzitutto, che dopo la Liberazione misero fine a tanti vantaggi penuria, prezzi alti, mercato nero accumulati in guerra dal piccolo commercio. Ben altro clima oggi: c deflazione, ma senza trasformazioni e senza vere rappresentanze locali. una discesa di tutti, tranne per i ricchissimi.

Forse per questo viene meno il mito della Piazza, caro a Poujade. La piazza romana divide i capi dellodierno movimento, e i pi temono infiltrazioni neofasciste. La parola che usano di pi presidio. Importante non sfilare davanti al centro del potere ma presidiare i propri territori, i pochi metri quadrati di pavimento di cui parla Kafka, su cui a malapena stanno diritti.

Ma, soprattutto, quel che manca oggi alla rivolta unegemonia culturale e politica che la interpreti e non la sfrutti elettoralmente. Il poujadismo fu allinizio egemonizzato dai comunisti, che presto si ritrassero. Poi fu De Gaulle ad assorbirlo. La partitocrazia esecrata dai poujadisti fu lui a spegnerla, creando una repubblica presidenziale; e pot farlo perch nella Resistenza era stato uomo senza macchia, capace di incarnare il meglio e non il peggio della nazione, di redimerla e non di inchiodarla ai suoi vizi. Non cos da noi: specie nellultimo trentennio.

Sono tante le colpe di chi ha lasciato gli impoveriti senza rappresentanza e senza futuro. Troppo volgare stato lesodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita, scrive Marco Revelli sul Manifesto del 12 dicembre, e pare di riascoltare leconomista Federico Caff quando deprecava il mito della deflazione risanatrice e lindifferenza dei politici, degli economisti, degli stessi sindacati, a chi questo mito lo pagava immiserendosi.

Gli adoratori del mito fanno capire che non c niente da fare: altra medicina non esiste. Mario Monti quandera premier invit addirittura a rassegnarsi: una generazione perduta. La realt ancora pi cupa, se pensiamo che in Italia i Neet (le persone che non lavorano n studiano - Not in Education, Employment or Training) sono il 27% fra i 15 e i 35 anni, non fra i 16 e i 25 come si calcola in altre democrazie: vuol dire che stiamo parlando ormai di due generazioni perdute, non di una sola.

C da fare invece, se si aprono gli occhi su quel che accade nei luoghi della vita (sono questi i presdi), e non si trasforma la rivolta in mero affare di ordine pubblico. Se la sinistra non lascia alle destre il monopolio su una disperazione in parte poujadista e regressiva, in parte assetata di giustizia e uguaglianza di diritti. Se si tira la gente verso lalto e non il basso; verso lEuropa da cambiare e non verso la bugia dellassoluta sovranit nazionale. un insulto al movimento bollarlo come fascista, ma anche abbracciarlo con euforica, ipocrita, e finta acquiescenza. Senza linguaggio di verit, inutile sperare in unegemonia culturale che aiuti a pensare chi insorge. quel che tenta Paolo Ferrero, quando adotta il parlar-vero e dice al movimento: in fondo la vostra una battaglia subalterna al liberismo che combattete; dal liberismo che attingete i vostri slogan anti-statalisti, anti-tasse, anti-sindacato.

Non ha torto: molto accomuna i nuovi movimenti italiani al moderno tea party americano, oltre che al poujadismo di ieri. Meglio schiodarsi da simili modelli, se non si vuol restar prigionieri di un nazionalismo che vuol liquidare il Welfare, e che non aiuter chi soffre la povert e la perdita dei diritti.