Papa, i non credenti e la risposta di Agostino

 

di Vito Mancuso

 

La Repubblica 13 settembre 2013

 

 

Qual la differenza essenziale tra credenti e non-credenti? Il cardinal Martini, ricordato da Cacciari quale precorritore dello stile dialogico espresso dalla straordinaria lettera di Papa Francesco a Scalfari, amava ripetere la frase di Bobbio: "La vera differenza non tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa". Il che significa che ci che pi unisce gli esseri umani il metodo, la modalit di disporsi di fronte alla vita e alle sue manifestazioni. Tale modalit pu avvenire o con una certezza che sa a priori tutto e quindi non ha bisogno di pensare ( il dogmatismo, che si ritrova sia tra i credenti sia tra gli atei), oppure con un'apertura della mente e del cuore che vuole sempre custodire la peculiarit della situazione e quindi ha bisogno di pensare ( la laicit, che si ritrova sia tra gli atei sia tra i credenti). Gli articoli di Scalfari e soprattutto la risposta di papa Francesco esemplare per  apertura,  coraggio  e  profondit,  sono  stati  una  lezione  di  laicit,  una  specie  di "discorso sul metodo" su come incamminarsi veramente senza riserve mentali lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comune e della verit sempre pi grande, cosa di cui l'Italia, e in particolare la Chiesa italiana hanno un enorme bisogno.

Rimane per che, per quanto si possa essere accomunati dalla volont di dialogo e dallo stile rispettoso nel praticarlo, la differenza tra credenti e non-credenti non viene per questo cancellata, n deve esserlo. Un piatto irenismo conduce solo alla celebre "notte in cui tutte le vacche sono nere", per citare l'espressione di Hegel che gli cost l'amicizia di Schelling, conduce cio all'estinzione del pensiero, il quale per vivere ha bisogno delle differenze, delle distinzioni, talora anche dei contrasti. quindi particolarmente importante rispondere alla domanda sulla vera differenza tra credenti e non credenti, capire cio quale sia la posta in gioco nella distinzione tra fede e ateismo. Pur consapevole che sono molti e diversi i modi di viverli, penso tuttavia che la loro differenza essenziale emerga dalle battute conclusive della replica di Scalfari al Papa: "Quelle che chiamiamo tenebre sono soltanto l'origine animale della nostra specie. Pi volte ho scritto che noi siamo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perch non nostra la natura angelica, ove mai esista".

"Scimmia pensante bestia da cui proveniamo": queste espressioni segnalano a mio avviso in modo chiaro la differenza decisiva tra fede e non-fede. Per Scalfari noi proveniamo da una "bestia" e quindi siamo sostanzialmente natura animale, per quanto dotata di pensiero; per i credenti, anche per quelli che come me accettano serenamente il dato scientifico dell'evoluzione, la nostra origine passa s attraverso l'evolversi delle specie animali ma proviene da un Pensiero, e va verso un Pensiero, che Bene, Armonia, Amore.

La differenza peculiare quindi non tanto l'accettare o meno la divinit di Ges, quanto piuttosto, pi in profondit, la potenzialit divina dell'uomo. La confessione della divinit di Ges certo importante, ma non la questione decisiva, prova ne sia che nei primi tempi del cristianesimo vi furono cristiani che guardavano a Ges come a un semplice uomo in seguito "adottato" da Dio per la sua particolare santit, una prospettiva giudaico-cristiana che sempre ha percorso il cristianesimo e che anche ai nostri giorni rappresentata tra biblisti, teologi e semplici fedeli, e di cui possibile rintracciare qualche esempio persino nel  Nuovo Testamento  (si  veda  Romani  1,4).  Peraltro  il dialogo  con  l'ebraismo,  cos elogiato  da  papa  Francesco,  passa  proprio  da  questo  nodo,  dalla  possibilit  cio  di pensare l'umanit di Ges quale luogo della rivelazione divina senzledercon  ci l'unicit e la trascendenza di Dio.

Naturalmente tanto meno la differenza essenziale tra credenti e non-credenti passa dall'accettare  la  Chiesa,  efficacemente  descritta  dal  Papa  come  "comunit  di  fede":nessun dubbio che la Chiesa sia importante, ma quanti uomini di Chiesa del passato e del presente si potrebbero elencare che non hanno molto a che fare con la fede in Dio, e quanti uomini estranei alla Chiesa che invece hanno molto a che fare con Dio. Il punto decisivo quindi non sono n Cristo n la Chiesa, ma la natura dell'uomo: se orientata ontologicamente al bene oppure no, se creata a immagine del Sommo Bene oppure no, se proveniente dalla luce oppure no, ma solo dal fondo oscuro di una natura informe e ambigua, chiamata da Scalfari "bestia".

Un passo di sant'Agostino aiuta bene a comprendere la posta in gioco nella fede in Dio. Dopo aver dichiarato di amare Dio, egli si chiede: "Quid autem amo, cum te amo?", "Ma che cosa amo quando amo te?" (Confessioni X,6,8). Si tratta di una domanda quanto mai necessaria, perch Dio nessuno lo ha mai visto e quindi nessuno pu amarlo del consueto amore umano che, come tutto ci che umano, procede dall'esperienza dei sensi. Nel rispondere Agostino pone dapprima una serie di negazioni per evitare ogni identificazione dell'amore per Dio con una realt sensibile, e tra esse neppure nomina la Chiesa e la Bibbia, che appaiono cos avere il loro giusto senso solo se prima si sa che cosa si ama quando si ama Dio, mentre in caso contrario diventano idolatria, idolatria della lettera (la Bibbia) o idolatria del sociale (la Chiesa), il pericolo protestante e il pericolo cattolico. Poi Agostino espone il suo pensiero dicendo che il vero oggetto dell'amore per Dio "la luce dell'uomo interiore che in me, l dove splende alla mia anima ci che non costretto dallo spazio, e risuona ci che non incalzato dal tempo". Dicendo di amare Dio, si ama la luce dell'uomo interiore che in noi, quella dimensione che ci pone al di l dello spazio e del tempo, e che cos ci permette di compiere e insieme di superare noi stessi, perch ci assegna  un  punto  di  prospettiva  da  cui  ci  possiamo  vedere  come  dall'alto,  e  cos distaccarci e liberarci dalle oscurit dell'ego, da quella bestia di cui parla Scalfari che certamente fa parte della condizione umana ma che, nella prospettiva di fede, non n l'origine da cui veniamo n il fine verso cui andiamo.

Occorrerebbe chiedersi in conclusione quale pensiero sull'uomo sia pi necessario al nostro tempo alle prese come mai prima d'ora con la questione antropologica. Ovviamente da credente io ritengo che la posizione della fede in Dio, che lega l'origine dell'uomo alla luce  del  Bene,  sia  complessivamente  pi  capace  di  orientare  la  coscienza  verso  la giustizia e la solidariet fattiva. Se infatti, come scrive papa Francesco, la qualit morale di un essere umano "sta nell'obbedire alla propria coscienza", un conto sar ritenere che tale coscienza orientata da sempre al bene perch da esso proviene, un altro conto sar rintracciare nella coscienza una diversa origine da cui scaturiscono diversi orientamenti. Se non veniamo da un'origine che in s bene e giustizia, se il bene e la giustizia cio non  sono  da  sempre  la  nostra  pi  vera  dimora,  perch  mai  il  bene  e  la  giustizia dovrebbero costituire per la nostra condotta morale un imperativo categorico? In ogni caso sar nell'assumere tale questione con spirito laico, ascoltando le ragioni altrui e argomentando le proprie, che pu prendere corpo quell'invito a "fare un tratto di strada insieme" rivolto a Scalfari da papa Francesco nello spirito del pi autentico umanesimo cristiano, e accolto con favore da Scalfari nello spirito del pi autentico umanesimo laico.