HOME PAGE CDB CHIERI 

 

Osare pi democrazia

 

di Barbara Spinelli

 

la Repubblica del 2 aprile 2014

 

La democrazia deve cambiare forma e rimpicciolirsi, a causa della crisi? E andando alla sostanza: c un tempo per la democrazia e uno per leconomia come c un tempo per piangere e ridere, per demolire e costruire diversi luno dallaltro e concepibili solo in successione?

A giudicare da quel che accade in Italia si direbbe che questo sia il convincimento di chi governa, quando non riesce a fronteggiare il degrado democratico nei modi che scelse il cancelliere Willy Brandt, in un altro momento critico della storia recente.

Quel che vogliamo osare pi democrazia, disse Brandt il 28 ottobre 1969, e promise metodi di governo pi aperti ai bisogni di critica e informazione espressi dalla societ, pi discussioni in Parlamento, e una permanente concertazione con i gruppi rappresentativi del popolo, in modo che ogni cittadino abbia la possibilit di contribuire attivamente alla riforma dello Stato e della societ. Ai cittadini si chiedeva pi responsabilit (specie ai giovani contestatori del 68): ma i doveri siscrivevano in una democrazia pi estesa, partecipata. Non sembra vadano in questo senso le riforme costituzionali del Premier Pd, n le parole di chi gli vicino, riportate su questo giornale da Claudio Tito: Per governare efficacemente nel XXI secolo serve soprattutto velocit: approvazione o bocciatura rapida dei disegni di legge e capacit di mantenere la sintonia con tutti i componenti della squadra. Velocizzare, semplificare, dilatare i poteri dellesecutivo: questi gli imperativi. Cambiano le sequenze, perfino i vocaboli: prioritaria diventa la rapidit, e i ministri sono

componenti di squadre. Renzi non il primo a dire queste cose, n lItalia lunica democrazia debilitata dalla crisi. Sono spesso cos, gli interregni: ci si congeda dal vecchio ordine, e al suo posto se ne insedia uno che solo in apparenza rispecchia le mutazioni in corso. Ovunque i governi sentono che la terra trema, sotto di loro, e imputano il terremoto a una democrazia troppo lenta, a elezioni troppo frequenti. Denunciano a ragione la fatica dellazione, ma si guardano dallo smascherarne i motivi profondi. La perdita di sovranit e il trasferimento dei poteri reali verso entit internazionali spoliticizzate sono il problema, non i lacci interni che sono la Costituzione, i sindacati, addirittura il suffragio universale. Il farmaco non la velocit in s, ma il cambio di prospettiva. Lequivoco ben spiegato dal sociologo Zygmunt Bauman: la crisi del governare indubbia, bench in definitiva sia una crisi di sovranit territoriale ( Repub-blica29 3).

Renzi non smaschera i mali autentici, quando propone laccentramento crescente dei poteri in mano allesecutivo, la diminuzione degli organi eletti dal popolo, lo svigorimento di istituzioni e associazioni nate dalla democrazia: Senato in primo luogo, ma anche sindacati e perfino soprintendenze (il cui scopo quello di occuparsi del patrimonio artistico italiano resistendo ai privati). Una delle sue frasi emblematiche : se Cgil o Confindustria soppongono, ce ne faremo una ragione. I traumi ci saranno, ma alla lunga la loro razionalit sar chiara. C una differenza, fra la sua accelerazione e quella di Brandt.

Scansare gli ingombri della democrazia una tentazione ormai antica in Italia. Cominci la P2, poi seguita da Berlusconi. Ma il pericolo di una bancarotta dello Stato, e i costi di una politica colpita dal discredito, hanno dato pi forza a queste idee, seducendo governi tecnici e anche il Pd. Memorabile fu la dichiarazione di Monti, intervistato dallo Spiegel il 5 agosto 2012. Accennando ai veti opposti dai Paesi nordici alle decisioni europee, e al mandato affidatogli dalla Camera (difendere a Bruxelles gli eurobond), disse:Capisco che debbano tener conto del loro Parlamento, ma ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere. (...) Se io mi fossi attenuto in maniera del tutto meccanica alle direttive del mio Parlamento, non avrei mai potuto approvare le decisioni dellultimo vertice di Bruxelles. Se i governi si lasciano totalmente ingabbiare dalle decisioni dei Parlamenti senza preservare la propria libert di agire, avremmo lo sfaldamento dellEuropa.

Renzi dunque completa ragionamenti gi in circolazione, e li trasforma in spirito del tempo. Quel che non aveva previsto, era la critica che sarebbe venuta dal presidente del Senato Pietro Grasso, oltre che lallarme creatosi fra costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodot. La riforma potrebbe indebolire la democrazia, sostiene Grasso nellintervista a Liana Milella su Repubblica di domenica. Mutare il ruolo del Senato e abolire le Province importante, ma qui si stanno facendo altre cose. Il Senato resta, solo che cessa di essere elettivo. E restano di fatto le Province, anchesse non pi elettive ma governate da dirigenti comunali. Lambizione liberare lItalia dai lacci che limbrigliano, ma la paralisi decisionale non si supera riducendo gli organi intermedi creati per servire linteresse generale, o rendendoli non elettivi. Tantomeno pu imbarcarsi in simile impresa un Parlamento certo legale, ma che la Consulta ha sostanzialmente delegittimato giudicando incostituzionale il modo in cui stato eletto.

Pi fondamentalmente, limpotenza dei governi non si sormonta ignorando il male scatenante che appunto la loro dipendenza dai mercati, e cio da forze anonime, non elette, quindi non licenziabili. Sono loro a decidere il lecito e lillecito. stata la JP Morgan a sentenziare, in un rapporto del 28-5-13, che lintralcio, nel Sud Europa, viene da costituzioni troppo influenzate dallantifascismo postbellico: costituzioni caratterizzate da esecutivi e stati centrali deboli, dalla protezione dei diritti del lavoro, dal diritto di protesta contro ogni mutamento sgradito dello status quo.

Cos come dalla crisi europea si esce con pi Europa, anche dalla crisi delle democrazie si esce con pi democrazia. Lo disse fin dall800 Tocqueville, esaminando i difetti delle societ democratiche. Si esce ampliando i sistemi del check and balance, dei controlli e contrappesi: frenando con altri poteri la tendenza del potere a straripare. I continui conflitti sociali e istituzionali sono un rischio delle democrazie, non una maledizione. Sbarazzarsene con leggi elettorali non rappresentative o eludendo le obiezioni (ce ne faremo una ragione) sfocia nel contrario esatto di quel che si vuole: i conflitti inacidiscono, lopposizione non ascoltata disimpara a trattare. Resta il rapporto diretto fra leader e popolo, non dissimile dallunzione plebiscitaria di Berlusconi. E Renzi neppure un Premier eletto. Quando parla di promesse fatte agli italiani, non si sa bene a cosa si riferisca. Salvare le costituzioni in un solo Paese non possibile: questo vero e andrebbe detto. Occorre che lEuropa e il mondo si dotino di strumenti democratici per governare poteri gi sconnessi dalle sovranit territoriali: gli interessi finanziari e commerciali, linformazione, il commercio della droga e delle armi, la criminalit, il terrorismo. Manca un ordine nuovo che li controlli, e cui i cittadini aderiscano non pi nazionalmente ( impossibile) ma per patriottismo costituzionale, come preconizzato nel 79 dal filosofo liberale Dolf Sternberger, prima che Habermas resuscitasse il concetto. Manca uno spirito cosmopolita della democrazia: qui il cambio di prospettiva. LEuropa potrebbe incarnarlo, se agisse come argine contro le crisi delle democrazie nazionali, e al contempo contro larbitrio dei mercati. Pi democrazia e pi governabilit non si escludono a vicenda; non si conquistano in sequenza . O si realizzano insieme, o perderemo luna e laltra.