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Il peccato nella Chiesa di Francesco

 

di Vito Mancuso

 

la Repubblica del 3 gennaio 2014

 

Nelleditoriale di domenica scorsa Eugenio Scalfari ha sostenuto che papa Francesco un Pontefice rivoluzionario e che la sua rivoluzione consiste nella abolizione del peccato. A mio avviso si tratta di una tesi che contiene unintuizione importante ma che ultimamente non pu sussistere. Non lo pu anzitutto perch troppo presto per stabilire se Francesco sia davvero rivoluzionario o anche solo schiettamente riformista visto che la sua azione si deve ancora sostanziare in concreti atti di governo (in primis nomine dei vescovi e reale libert di insegnamento teologico) e in concrete decisioni disciplinari (in primis effettiva promozione della donna e concessione dei sacramenti ai divorziati risposati). Ma la tesi di Scalfari a mio avviso non regge soprattutto perch lipotetica rivoluzione bergogliana non potr mai consistere nella abolizione del peccato. Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato: cos comincia, dopo il saluto del celebrante, la Messa cattolica, ricordando a ogni fedele di percepirsi anzitutto come peccatore, anzi, come uno che ha molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. Lutero a sua volta insegnava pecca fortiter sed crede fortius (pecca forte, ma pi forte credi), legando latto di fede allesperienza del peccato. E secondo il Vangelo le prime parole di Ges furono: Il regno di Dio vicino, convertitevi (Marco 1,15). Per il cristianesimo quanto pi ci si avvicina alla luminosa sorgente del bene, tanto pi aumenta la percezione dellindegnit per il male prodotto dallego, una situazione molto simile al chiaroscuro di Caravaggio e di Rembrandt.

Labolizione del peccato venne tentata un secolo e mezzo fa in piena modernit da un filosofo molto amato da Scalfari ma nemico mortale del cristianesimo, Nietzsche, il quale promosse una filosofia che intendeva condurre gli uomini in un territorio al di l del bene e del male (il saggio omonimo del 1886). Si tratta per solo di un sogno, non privo peraltro di immensi pericoli, perch questa terra promessa al di l del bene e del male purtroppo non esiste. Per noi uomini, qui e ora, tutto al di qua del bene e del male. C una politica buona e una politica che non lo . C uneconomia buona, e una che non lo . C una cronaca buona, e una che non lo . A partire dalle pi elementari esperienze vitali quali laria che respiriamo, lacqua che beviamo e il cibo che mangiamo, fino alle pi elevate produzioni della mente, tutto ci che procede e ritorna alla vita delluomo sempre invalicabilmente al di qua del bene e del male. La libert umana esiste, ed esistendo opera, e quindi pu agire bene oppure male in ogni dimensione. Volenti o nolenti, siamo cos rimandati allesperienza del peccato, e ovviamente anche del merito. E infatti non c tradizione spirituale che non conosca il concetto di peccato, sorto nella coscienza per il bisogno di segnalare le azioni che producono una diminuzione del grado di ordine o di armonia. Da qui le catalogazioni ora secondo loggetto come nel caso dei peccati (per esempio i cosiddetti quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio), ora invece secondo la disposizione soggettiva come nel caso dei vizi (per esempio i cosiddetti sette vizi capitali).

Si aprirebbe a questo punto la questione accennata anche da Scalfari sul perch tanto spesso luomo sia attratto dal male, un interrogativo che incombe sul pensiero fin dalla notte dei tempi. La dottrina cattolica risponde mediante il dogma del peccato originale, il quale ha il merito di segnalare il problema ma il demerito ben maggiore di presentare una soluzione teoreticamente insufficiente e moralmente indegna, al cui riguardo ha scritto Kant: Qualunque possa essere lorigine del male morale nelluomo, non c dubbio che il modo pi inopportuno quello di rappresentarci il male come giunto fino a noi per eredit dei primi progenitori.

Dicevo allinizio che larticolo di Scalfari contiene unintuizione importante e a mio avviso essa consiste nellauspicabile superamento del cosiddetto amartiocentrismo, cio di quella visione che fa del peccato il perno della vita spirituale (amartain greco significa peccato). Se il peccato infatti non potr (purtroppo) mai essere abolito, il suo primato s, lo pu, anzi lo deve essere, se il cristianesimo vuole tornare a essere fedele al Vangelo e alla sua gioia la quale va detto, diversamente da quanto sostenuto da Scalfari, non si contrappone allebraismo, ma senza lebraismo non avrebbe potuto sorgere.

Ma la cosa a mio avviso pi preziosa delleditoriale di Scalfari quanto scrive alla fine, cio che la predicazione di Ges riguarda anche e forse soprattutto i non credenti. Rimane infatti da chiedersi come la coscienza laica percepisca oggi il peccato, e come i non credenti possano anche loro arrivare a dire confesso a voi fratelli che ho molto peccato (tralasciando ovviamente la prima parte del Confiteor che si rivolge a Dio onnipotente). Penso infatti che lo scoprirsi inadempienti di fronte allimperativo etico sia inevitabile in chiunque conosca se stesso e penso altres che la percezione delle proprie colpe abbia precise implicazioni sociali. Penso inoltre che la dimensione giuridica, la quale ritrascrive il peccato mediante il concetto di reato, non sia sufficiente a esprimere tutta la densit umana del fenomeno. Come la legalit solo una pallida immagine della giustizia, cos lo il concetto di reato rispetto alla tensione che manifesta la coscienza del peccato. Forse chi ha espresso al meglio questa dialettica stato Dostoevskij in Delitto e castigo, il romanzo che nel 1866 inaugurava il ciclo narrativo che lha reso immortale.