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Laltra Shoah la devastazione del popolo rom

 

di Moni Ovadia e Marco Rovelli

 

il Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2014

 

Il Giorno della Memoria stato istituito nel giorno in cui 69 anni fa i soldati dell'Armata Rossa abbatterono i cancelli del lager di Auschwitz e vi entrarono rivelandone l'orrore. E sacrosanto stato aver stabilito un giorno in cui ricordare quell'abisso incancellabile. Ma, come per ogni ritualizzazione, quella ferita sanguinante si scontra con il rischio della museificazione da una parte e della falsa coscienza dall'altra.

Le attivit e le manifestazioni di questa Giornata riguardano in maniera soverchiante la Shoah, ovvero lo sterminio degli ebrei, al punto da oscurare quasi gli eccidi e le sofferenze subte dalle altre vittime della ferocia nazista: i rom, gli omosessuali, i menomati, gli antifascisti a vario titolo, i testimoni di Geova, gli slavi, i militari italiani che rifiutarono di servire il governo fantoccio di Sal.

NESSUN POLITICO AD AUSCHWITZ. HA MAI DETTO: MI SENTO ROM Ricordare l'unicit della Shoah non pu essere l'alibi per dimenticarsi degli altri. I rom, in particolare, sono stati per lunghissimo tempo misconosciuti nel loro status di vittime: e se oggi non c' quasi un politico occidentale che non voglia mostrarsi amico degli ebrei e soprattutto degli israeliani, quasi nessuno di essi disposto a identificarsi con i rom. Nessuno dei rappresentanti politici dei paesi occidentali ha il coraggio di uscire da una visita al lager di Auschwitz dichiarando: Mi sento rom; molti, per, si affrettano ad affermare: Mi sento israeliano. Ora sia chiaro, nessuno vuole ignorare o sottovalutare lo specifico antisemita del nazifascismo e sminuire l'immane dimensione della Shoah. Ci che inaccettabile il deliberato sottacere delle sofferenze dei rom e dei sinti anch'essi destinati al genocidio. intollerabile che si discrimini fra le sofferenze di esseri umani che subirono la stessa tragica sorte. I rom sono vittime secolari dell'occultamento della loro identit e della loro memoria, oltre che essere vittime di un'antichissima persecuzione. Essi non hanno terra, non hanno un governo potente che parli per loro, sono tuttora gli zingari reietti: perch mai dunque riconoscere piena dignit alle loro inenarrabili sofferenze? La cultura orale dei rom, del resto, diversamente dalla cultura ebraica fondata sulla Scrittura, ha facilitato il compito della dimenticanza: non c' stato che un soffio di vento, niente pi che questo, nulla che sia conservato e degno di conservazione. Solo con fatica si imposto il nome dello sterminio nazista dei rom: Porrajmos. Il merito di questo va al grande intellettuale rom inglese Ian Hancock, linguista e fra le altre cose rappresentante del popolo rom presso le Nazioni Unite. Il termine Porrajmos, nella lingua di alcuni roman, devastazione. Ma la lingua romanes ha molte articolazioni, corrispondenti alla disseminazione dei suoi numerosissimi gruppi e sottogruppi: perci capita che un significante abbia significati diversi per diversi rom. Da Jovica Jovic, grande fisarmonicista rom serbo, abbiamo appreso che quel termine, nel suo romanes, ha un significato sessuale osceno.

Cos per Jovica quel termine inusabile, e offensivo: impossibile per lui ricordare i suoi zii morti ad Auschwitz con quel termine. Una vicenda paradossale, questa, direttamente legata alla dispersione e alla secolare marginalizzazione e inferiorizzazione dei rom.

Per rispetto nei confronti dei rom come Jovica crediamo dunque che dovremmo cominciare a trovare un altro termine, che non sia l'ennesimo affronto alla memoria proprio l dove la memoria dovrebbe essere sacralizzata e conservata.

Samudaripen il termine alternativo che molti rom propongono: significa tutti morti, e non ha implicazioni imbarazzanti per nessuno. Per domani le associazioni 21 luglio e Sucar Drom hanno organizzato un convegno a Roma intitolato proprio Samudaripen: pu essere un buon inizio, per avere finalmente un nome, e un nome giusto, per l'Orrore dimenticato.