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L'imperativo di Jonas per salvare il pianeta

 

di Barbara Spinelli

 

la Repubblica del 16 aprile 2014

 

NON si parla pi di clima n di quel che accadr della terra, da quando la crisi entrata nelle nostre vite stravolgendole con politiche recessive, disuguaglianze indegne, e una disoccupazione che assieme alla speranza spegne lidea stessa di futuro. La terra lesionata era il grande tema allinizio del secolo, e dun colpo stata estromessa dal palcoscenico: non pi male da sventare, ma incubo impalpabile. Diritto troppo immateriale e nuovo, accampato dal pianeta.

Esiste invece, linfermit della terra che luomo ha causato e sta accentuando: anche se caduta fuori dal discorso pubblico, anche se divenuta invisibile come certi malati incurabili che non vogliamo guardare da vicino, e per questo releghiamo in ospizi lontani. come se, paradossalmente, la crisi ci avesse liberati dellineffabile paura che avevamo negli anni Novanta la morte del pianeta mettendo al suo posto tante altre paure: non meno angosciose, ma pi immediate e senza rapporto con quella trepidazione non pi cos concreta, traslocata nelle periferie dei nostri pensieri e inquietudini.

Il ritorno alla realt, sotto forma di ennesimo allarme dellOnu, avvenuto domenica, con la pubblicazione del terzo rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico (Ipcc). Seicento scienziati di 120 paesi hanno emesso il loro verdetto: possiamo ancora cambiare la storia, ma il tempo a disposizione si accorcia fatalmente.

Sembra di vivere le ultime scene del film di Lars von Trier, quando sulla terra sta per schiantarsi il pianeta chiamato Melancholia: la depressione a darci questa strana, calma indifferenza. Per nostra incuria, e cecit, la terra continua a surriscaldarsi, e sempre pi arduo sar rispettare lobiettivo fissato: evitare che laumento della temperatura superi i 2 gradi centigradi. Soglia fatidica, oltre la quale il globo messo mortalmente in pericolo dalle emissioni di anidride carbonica e gas serra. Conosciamo quel che pu seguire: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei livelli marini e cancellazione di intere regioni, cibo insufficiente per lumanit, scomparsa di foreste, estinzione massiccia di piante e specie animali.

La crisi economica ha svegliato in questi anni molte coscienze, prima dormienti: sulla debolezza politica dellEuropa, su terapie di austerit rivelatesi devastanti per tanti cittadini e anche per le democrazie. Non cos per quanto riguarda la prevenzione del disastro climatico, rinviata a chiss quali giorni migliori. Recessione, disoccupazione: oggi sono le nostre preoccupazioni prioritarie, ma purtroppo uniche. I cervelli si stanno abituando a lavorare a met, quasi in preda allemiplegia. La terra pu attendere, anche se Melancholia savvicina.

Un eminente manager pubblico, lex amministratore delegato dellEni Scaroni, giunto sino a chiedersi pubblicamente, nel luglio scorso: Abbiamo investito in modo dissennato nelle energie rinnovabili. Eravamo ubriachi? E il nuovo ministro dello sviluppo, Federica Guidi, ha illustrato alla Commissione Industria qual era il suo feeling: quel che occorre la massima attenzione alla crescita sostenibile, e al tempo stesso la rimozione degli ostacoli burocratici che impediscono sia lo sviluppo della nostra capacit di rigassificazione per beneficiare della rivoluzione del gas da argille ( shale gas), sia gli investimenti privati nella ricerca e produzione di idrocarburi. Il feeling parecchio contraddittorio: le perforazioni necessarie per estrarre shale gas mal si coniugano con leconomia verde, comportando spropositati dispendi di acqua, inquinamento delle falde e, secondo alcuni, possibili terremoti.

Resta la verit attestata dai 600 scienziati. Siamo ancora rovinosamente dipendenti da combustibili fossili. Petrolio, carbone, gas hanno contribuito per il 78% allincremento totale di emissioni dal 1970 a 2010, e peseranno ancor pi se nulla cambia. Se i paesi produttori di petrolio e gas resisteranno alle misure suggerite dallIpcc, se i governi non introdurranno forti tasse sullemissione di diossido di carbonio ( carbon tax ), e se insisteranno nel sovvenzionare i combustibili fossili invece di investire in energie rinnovabili, riforestazione, edilizia a bassi consumi di carburanti. La Germania ad esempio emette pi anidride carbonica, nonostante la svolta energetica, perch la dipendenza dal carbone si gonfiata. Dicono che mancano i soldi, ma gli esborsi sono pochi rispetto alle spese ineluttabili quando la catastrofe sar alle porte. Il passaggio a uneconomia basata su combustibili lowcarbon costerebbe oggi 1-2 punti di ricchezza nazionale. Nel 2020 salirebbe a 4-

5 punti. Diverrebbe proibitiva dopo il 2030. Dicono anche che la crescita si blocca, se fin dora proteggiamo la terra. menzogna: lo sviluppo si rallenterebbe solo dello 0,06%, assicurano gli scienziati. Risale al 1979 il libro che il filosofo Hans Jonas scrisse sul Principio responsabilit , e sulla paura per la sorte terrestre: un testo avveniristico, allepoca. quella paura che va riesumata, senza posporla ai timori che incutono disoccupazione e crescita lenta. Non ci dato di affrontare prima la recessione, e dopo il clima. La vera dissennatezza non contare fino a due, non assolvere insieme i due compiti. La paura di veder perire il pianeta, e chi lo abita, per Jonas costitutiva della responsabilit: Non intendiamo la paura che dissuade dallazione (lo sgomento, la paralisi, ndr) ma la paura fondata , che esorta a compierla. una forma di amore del prossimo. O meglio, direbbe Nietzsche, di amore del pi lontano: trepidazione per i viventi che verranno, scudo contro la distruzione che li minaccia. Alla domanda su cosa capiter al prossimo-lontano, se non ci prendiamo cura di lui, la replica chiara: Quanto pi oscura risulta la risposta, tanto pi nitidamente delineata la responsabilit. Quanto pi lontano nel futuro, quanto pi distante dalle proprie gioie e i propri dolori, quanto meno familiare nel suo manifestarsi ci che va temuto, tanto pi la chiarezza dellimmaginazione e la sensibilit emotiva vanno mobilitate a quello scopo.

Jonas ha addirittura riformulato limperativo categorico di Kant. Il dovere etico-politico ordina tuttora di agire in modo che la tua volont possa sempre valere come principio di legislazione universale, ma si estende cos: Agisci in modo che gli effetti del tuo agire siano compatibili con la permanenza di unautentica vita umana sulla terra.

Inutile a questo punto puntellare industrie (tra cui lautomobile) che emettono veleni. La riconversione deve essere radicale, e nellimmediato comporter sacrifici. Inizialmente ostili, Usa e Cina cominciano a capirlo. Il caso Ilva esemplare: sacrificare la vita in cambio di posti di lavoro alternativa funesta. La crisi economica ci insegna questo: pu secernere il male o il bene. Fa riscoprire diritti irrinunciabili (il benessere, il lavoro) ma pu condannare alloblio il diritto del nuovo soggetto che la terra.

Mancano disgraziatamente le istituzioni, che tutelino ambedue i diritti. Onu e Ipcc sono organi intergovernativi, e somigliano alla Societ delle Nazioni: del tutto inefficace, fra le due guerre, perch ogni Stato aveva la sua inviolabile sovranit. LEuropa fa pi progressi sul clima, perch in parte gi sovranazionale. Il mondo in cui viviamo non allaltezza dellimperativo di Jonas. A fronte di lobby ormai transnazionali (le industrie petrolifere, ma anche il commercio darmi, le mafie) non si erge un potere politico egualmente transnazionale, che le argini. Lordine globale ancora quello westphaliano escogitato nel 1648, che mise fine alle guerre di religione ma suscit i mostri dei nazionalismi. Gli stessi mostri pronti a vanificare i moniti dellOnu e dei suoi scienziati.