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Via dall'Italia in 14 milioni, quelle tragedie dimenticate

 

di Erasmo D'Angelis

 

 

 l'Unit del 17 agosto 2015

 

 

Guardatela bene questa foto. Cercate, se ci riuscite, magari tra i volti di quei bambini, tra quelle donne e quegli uomini dignitosi, spaventati o sognanti, tra tutti quegli italiani ammassati a poppa e a prua e nelle stive, in tasca un biglietto di sola andata e allorizzonte almeno quaranta giorni di navigazione. Cos eravamo noi, fino a sessantanni fa. Figli della miseria pi nera, della fame e delle malattie, delle guerre e delle persecuzioni, schiavi di baroni e capibastone. Eravamo noi quelli che allora lasciavano il loro cuore in Italia e fuggivano e salpavano verso lEldorado, salutati nei porti dalle lacrime e dalla disperazione nei tramonti pi struggenti e tristi del mondo. Eravamo noi, tra la fine dellOttocento e la met del Novecento a milioni ad imbarcarci con il coraggio dei disperati su navi-carrette e piroscafi fatiscenti con rotta verso lOceano. Molti hanno pagato con la vita il viaggio verso una esistenza dignitosa, migliore.

 

Solo dal 1876 al 1915 furono ben 14 milioni i nostri migranti con la speranza trasportata dentro la valigia di cartone, salpati per cercare fortuna altrove. In quarantanni di continua emigrazione di massa si sono mossi in 7 milioni e 600mila italiani, e hanno superato lAtlantico diretti in Argentina, in Brasile e negli Stati Uniti. Come passavano le ore e i giorni e le settimane in quelle allucinanti traversate? Cercate negli archivi comunali dellimmigrazione e nelle lettere o nei racconti dei sopravvissuti, e scoprirete storie che per noi italiani oggi sembrano inventate, distanti anni luce dalla modernit. Partivano, i nostri, in condizioni simili e addirittura peggiori a quelle delle moderne ondate migratorie.

 

Questo ci dicono le immagini e i resoconti del Museo nazionale dellemigrazione italiana: Al trasporto dei migranti venivano assegnate le carrette del mare, con in media 23 anni di navigazione.

Si trattava di piroscafi in disarmo, chiamati vascelli della morte, che non potevano contenere pi di 700 persone, ma ne caricavano oltre 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Nei vascelli fantasma la merce a bordo arrivava anche priva di vita a causa delle pessime condizioni igieniche e sanitarie.

 

I morti? I naufragi? Tantissimi. Sul piroscafo Citt di Torino nel novembre 1905 furono 45 sui 600 imbarcati; sul Matteo Brazzo nel 1884 contarono 20 morti di colera su 1.333 passeggeri e li gettarono in mare, ma la nave venne poi respinta a cannonate a Montevideo per il timore di contagio; sul Carlo Raggio furono 18 i morti per fame nel 1888 e 206 i decessi per malattia nel

1894; sul Cachar elencarono 34 morti per fame ed asfissia nel 1888; sul Frisia nel 1889 ci furono altri 27 morti per asfissia e pi di 300 sbarcarono malati e in fin di vita; sul Par nel 1889 altri 34 morti per una epidemia di morbillo; sul Remo 96 morti per colera e difterite nel 1893; sullAndrea Doria archiviarono 159 morti su 1.317 emigranti nel 1894; sul Vincenzo Florio ancora 20 morti, sempre nel 1894.

 

Le carrette degli Oceani con a bordo la tonnellata umana, cos chiamavano il carico di emigranti italiani, spesso affondavano. Come nella strage di 576 italiani, quasi tutti meridionali, annegati il 17 marzo 1891 nel naufragio dellUtopia, davanti al porto di Gibilterra. Altri 549 emigranti sparirono nelle acque gelide nella tragedia del Bourgogne al largo della Nuova Scozia il 4 luglio 1898, e ben 550 emigrati italiani furono vittime, il 4 agosto 1906, del naufragio del Sirio in Spagna. Si pensava fossero solo 314 gli altri inghiottiti dal mare, secondo la conta ufficiale, ma raccolsero pi di 600 cadaveri di connazionali nel naufragio della Principessa Mafalda il 25 ottobre 1927, al largo del Brasile. Il naufragio della Principessa Mafalda fu la peggiore sciagura che abbia mai colpito gli emigranti italiani.

 

La nave era un tempo lammiraglia della flotta del Lloyd italiano, ex prestigioso piroscafo tricolore con la terza classe munita persino di servizi igienici che poteva trasportare fino a 1.200 emigranti. Part da Genova l11 ottobre con a bordo 1.259 piemontesi, liguri e veneti. Peccato fossero passati ventanni di scarsa manutenzione e la nave era talmente usurata che nel solo tratto di Mediterraneo verso Gibilterra sub 8 guasti ai motori, uno alla pompa di un aspiratore, uno allasse dellelica di sinistra, uno alle celle frigorifere.

 

Il 25 ottobre, a 80 miglia al largo della costa del Brasile, tra Salvador de Bahia e Rio, procedeva inclinata verso sinistra. Alle 17.10, lasse dellelica sinistra si sfil e ruotando per inerzia squarci lo scafo. Lacqua invase la sala macchine e la stiva poich nemmeno le porte stagne funzionavano. E centinaia di italiani furono sepolti dal mare. Altre tragedie le racconta il museo di Ellis Island, il celebre centro di smistamento e di quarantena per gli italiani in attesa di mettere piede a New York.

Il centro era stato progettato per accogliere 500.000 migranti allanno, ma ne arrivavano un milione, il doppio preda di schiavisti, truffatori, ladri di bagagli, sfruttatori con tassi di cambio da rapina per il poco denaro che erano riusciti a portare con s. Le famiglie venivano divise, uomini da una parte, donne e bambini dallaltra, via gli indesiderabili e i malati. I dottori controllavano la presenza di malattie ripugnanti e contagiose e manifestazioni di pazzia.

 

Chi non superava gli esami medici, veniva contrassegnato con una croce bianca sulla schiena e confinato sullisola-porta degli States e poi reimbarcato verso il porto di origine, in genere Genova o Napoli. Molti per si tuffavano in mare e finivano straziati dagli squali, o cercavano alla disperata di raggiungere Manhattan a nuoto, oppure si suicidavano, piuttosto che affrontare la vergogna del ritorno a casa. Ellis Island in quegli anni prese il nome di Isola delle lacrime. La maggior parte degli immigrati, per, come sempre accaduto nella storia dei flussi migratori, fece grande il New Jersey e grandissimi gli Usa. La citt con pi italiani al mondo non a caso San Paolo del Brasile. Altri tempi, altre storie? Certo, come certo che nei migranti di questo nostro tempo rispecchiamo noi stessi, la nostra anima, la nostra civilt. Quei cadaveri asfissiati nella stiva di oggi sono gli stessi cadaveri di bambini, mamme e pap italiani asfissiati nelle stive di un secolo fa, e anche loro sognavano la fine di un incubo ma sono morti nel modo peggiore.

 Quanti piemontesi o siciliani erano dei puntini neri persi per sempre nellazzurro mare, venivano stipati a forza su barconi che sembravano zattere, esattamente come un secolo dopo tante ragazze e ragazzi cercano un appiglio nel mondo per conquistarsi la vita? Cosa volete che sia la paura per uno che parte verso il futuro in quelle condizioni, accucciato dentro il cofano di una automobile, infilato in una valigia, insaccato nel vani della ruota di scorta, aggrappato ai semiasse di un Tir, appeso a novemila chilometri daltezza nel bagagliaio di un aereo. I migranti di ogni epoca sanno, eccome se lo sanno, cosa li aspetta. Sono disposti a provarci e a riprovarci, mamme allottavo mese e pap che vogliono proteggere quello spicchio di vita, speranza, futuro. Ci riproveranno sempre perch voltarsi indietro significa guardare negli occhi la violenza pura, la tortura, la fame, gli omicidi senza piet. E lItalia migliore li salva e li accoglie e lo far sempre. Ci accuseranno di essere buonisti?

Un complimento.