Questi sono i nomi...

 

Introduzione al libro dell’Esodo

 

don Franco Barbero

 

Sbobinatura e adattamento, non rivista dall’autore, di un incontro al corso biblico di Torino

 

 In “cdb informa” n° 52 marzo 2012

 

Iniziando a parlare del libro dell’Esodo bisogna dire alcune parole sulla Bibbia ebraica, la Tanak. E’ divisa in tre parti: la Torah - che sono i  primi 5 libri, i Nebiim - i profeti ed infine i Ketubim - che sono i cosiddetti “Scritti”. Con le iniziali si forma il nome: “TANAK”. Avviandosi alla lettura dell’Esodo è bene ricordare che ci sono molti disaccordi circa la sistemazione dei libri che compongono la Bibbia. La versione ebraica  ha una disposizione diversa da quella cristiana, dove i Profeti sono collocati alla fine del Primo Testamento. Nella lettura cristiana, inoltre, ritiene che questi Autori alludano a Gesù Cristo, mentre nella Bibbia ebraica i Profeti d’Israele non annunciano Gesù, ma parlano al popolo. Un’altra divergenza la si trova nella strutturazione dei capitoli e dei versetti, differenza esistente anche nelle Bibbie cristiane delle diverse confessioni. Nel 1230, nella Bibbia latina, a Parigi, si inventò la catalogazione per capitoli e nel 1530 circa, sempre in casa protestante, a Ginevra, si operò la divisione in versetti. Si è così trovato un criterio di “comunicazione planetaria”, diremmo noi oggi, perché il ricercatore può indicare il tale capitolo, il tale versetto ed essere capito da tutti. Perché leggiamo questo testo del Primo Testamento? Perché i nostri antenati e antenate delle origini ritennero che questa parte della Bibbia ebraica fosse essenziale alla loro fede e lo stesso Gesù di Nazareth farà dell’Esodo uno dei capisaldi della sua predicazione. Gesù attingerà molto dai profeti e dall’Esodo. Ma non fu assolutamente scontato che i cristiani leggessero l’Esodo, perché già al tempo di Marcione (85 – 160 d.C.) ci fu la tentazione di respingere questi testi, perché considerati “guerrafondai”.

La prima cosa che vorrei dire è che, pur con le diverse strutturazioni delle Bibbie ebraiche e cristiane, la Torah, cioè i primi 5 libri della Bibbia, si trovano sempre  all’inizio del Testo Sacro: si discute delle altre collocazioni, ma non di questa. L’Esodo occupa sempre la  stessa posizione: il secondo libro del Pentateuco. Questi 5 libri per gli ebrei costituiscono il fondamento: nessun’altra Scrittura, nemmeno i Profeti, o gli Scritti è paragonabile alla Torah. L’Esodo è il nome greco che noi diamo a questo libro; il nome ebraico è «weelleh Shemoth» (“questi sono i nomi”), che sono le due parole con le quali inizia il libro. L’Esodo è una grande narrazione di fede e di liberazione, è la descrizione  di un Dio che fa vedere il suo nome e che lascia capire la sua realtà dietro l’impresa della liberazione. Da una parte c’è la liberazione, dall’altra c’è un Dio che si svela progressivamente e sembra lasciarci intendere che dove non c’è cammino di liberazione non c’è in realtà lo svelamento di Dio. Dove non avviene liberazione, Dio non si fa epifania, non si manifesta.

L’Esodo è un testo ebraico che parla anche ai cristiani, perché durante la nostra storia il libro dell’Esodo è stato uno dei libri più ripresi, continuamente ripresi, nessuno mai ha potuto far tacere questa voce che congiunge Dio e libertà. Il messaggio dell’Esodo è stato spesso tradito: quando siamo andati in “missione”, penso alla colonizzazione del Sud Africa, abbiamo detto che portavamo la libertà e, mettendoci in bocca l’Esodo, abbiamo invece colonizzato. Abbiamo trasformato il manifesto della libertà in uno strumento di conquista.

Gli studi critici dell’Esodo, a partire dal ‘700, son giunti  fino ai giorni nostri.  Ci si è domandati dove abbia avuto origine questo libro, come si sia costruito. C’è stata una prima fase in cui si pensò che la narrazione corrispondesse alla storia del- l’avventura di un gruppo: si leggeva il libro dell’Esodo come la cronistoria di una vicenda accaduta proprio così.  Era una lettura “letteralista”. C’è poi stata una seconda fase in cui ci si è interrogati sulle fonti. Si formulò una prima ipotesi che all’origine fossero state tre: la prima, forse la più antica, quella “Jahvista” che sembrava, secondo questi studiosi avere origine alla corte, quindi nel IX - X secolo. La fonte sarebbe stata chiamata così perché il nome di Dio era “JHWH”, che poi veniva pronunciato “Adonaj”, o addirittura non pronunciato, con l’inchino ebraico di chi tace, per rispetto. Una seconda fonte, di poco successiva, che taluni collocano più a nord, ma anche qui i pareri sono diversi, è quella ”Elohista”, in cui Dio è chiamato “Elohim”, “El” infatti era il nome della divinità in alcune culture del Medio Oriente antico. Un’altra sarebbe stata la “fonte P”, dal tedesco “Priester”, cioè “sacerdote”, che è chiaramente individuabile nelle sezioni che riguardano il culto. Sarebbe quindi una fonte successiva nel tempo e che tratta appunto del culto, della costruzione dell’Arca, dell’altare, di riti e sacrifici. Queste tre fonti, nel periodo dell’Esilio e del dopo-Esilio, insieme ad una quarta  chiamata “Sacerdotale seconda”, avrebbero subito una revisione completa e sarebbero state assemblate, collegando, spostando, tagliando, aggiungendo in quella che è la caratteristica di  un’opera redazionale. La stesura definitiva del libro dell’Esodo risalirebbe a circa il  V – VI secolo, ma prevalentemente il V. Questa teoria, fondata su dati molto affidabili (per esempio è evidente che è preesistita una fonte del culto molto diversa da altre dei racconti che sarà poi chiamata la “fonte sacerdotale”), viene però sottoposta critica ed ad una elaborazione ulteriore. L’anziano biblista Rentorff, insieme a molti altri studiosi, ha definito un altro modello interpretativo: questi autori sostengono che si tratterebbe in realtà di un modello che io chiamerei “a valanga”. Come per il fenomeno naturale, si sarebbe partiti da un piccolo racconto iniziale, che è stato nei secoli arricchito da altri racconti, da altre esperienze. Oggi questa teoria del successivo accrescimento trova d’accordo molti autori anche se la ricerca continua. I vecchi biblisti della mia generazione, i Von Rad, i Martinof partivano dal presupposto, oggi ampiamente superato, che i libri di Giosuè e dei Giudici fossero delle documentazioni storiche attendibili. C’è un’altro approccio alla lettura ed è quella cosiddetta “canonica”, la quale non discute tanto dell’origine di un testo ma dice: cerchiamo di capirlo nella sua testualità concreta. Questo approccio ha una sua verità perché sovente, per andare alle origini di un testo, si prescinde dal testo medesimo. Bisogna infatti prendere sul serio quella che è la testualità che la tradizione ci ha trasmesso, ma l’indirizzo storico deve rimanere sempre fondamentale. La lettura canonica sovente è molto bella, ma espone al rischio di far dire al testo delle cose  che non sono storicamente fondate. La ricerca storica ci aiuta a combattere il fondamentalismo. Gli autori del metodo storico-critico non vogliono trascurare il testo ma vogliono discuterlo, perché ha avuto delle aggiunte, dei tradimenti, dei spostamenti. Un tempo si leggeva la narrazione dell’Esodo come se ciò che era scritto fosse avvenuto proprio nei modi descritti. Noi, oggi, dopo il libro di Liverani “Oltre la Bibbia”, dopo gli studi di Garbini e di altri esperti, abbiamo acquisito una comprensione diversa dell’Esodo. Cosa è in effetti accaduto? E’ probabile che nelle emigrazioni liberatorie del Medio Oriente antico,  dei nomadi chiamati habiru (da cui probabilmente deriverà la parola “ebrei”) si siano emancipati e liberati dalla potenza dominatrice e questa liberazione è anche avvenuta  in forza di una ispirazione di fede. Fonti storiche antiche parlano degli habiru e della loro fede in El. La storia evidentemente è stata ricostruita in una epopea di fede: è chiaro che le datazioni, i percorsi, gli episodi, non rispondono ad una cronistoria documentaristica. La stessa figura mitica di Mosè va interpretata:  gli ebrei non hanno trasformato questo personaggio  in  un santo, come avremmo fatto noi cristiani, lo hanno dipinto con le sue luci e le sue ombre di uomo peccatore, a cui Dio ha dato una grande missione. E’ chiaro che  personaggi reali e storici hanno ispirato questa scrittura, ma Mosè è forse l’insieme di molte figure. Sono partiti dalla storia di qualche persona che a loro ha testimoniato una grande fede, una grande passione, e così Mosè è diventato un personaggio di fede.

Da un minimo nucleo storico si è costruita un’esperienza, e poi un racconto, che viene letto nella continuità della fede, creando l’identità di un popolo. L’ebraismo ha ricostruito questo percorso da un nucleo storico che ha caricato di significato. Nella narrazione della sua liberazione dall’oppressione, sorretta dalla forza di un Dio che veniva invocato con i nomi dell’antico Oriente, Israele ha individuato il cardine della propria identità. Sarebbe un errore se noi leggessimo questo come la fotografia di un evento. Israele l’ha riletto continuamente nella sua storia: ecco il criterio dell’aggiungere, della crescita, della valanga. Gli ebrei hanno l’idea che la parola è viva, per questo continuarono a scrivere il Talmud, la Mishnah, ecc.

Di fronte al problema esegetico, ermeneutico, il libro dell’Esodo è un testo di difficile lettura, è uno di quei libri che sovente, per chi non è dentro la tradizione ebraica, rappresenta una difficoltà insormontabile. Dapprima vi troviamo  un “Dio guerriero”, poi si incontra la difficoltà di capire le leggi, tutte le norme, i precetti, il codice dell’alleanza, ma ancora, le prescrizioni del culto e del tempio, che   gli ebrei stessi, dopo la distruzione del tempio, non hanno più accolto. Se si leggono tutti i precetti e li si vuole applicare all’oggi, davvero si diventa fondamentalisti! problema che attraversa l’Ebraismo, il Cristianesimo, l’Islam. Il rischio è quello di non capire lo spirito di queste norme. L’insegnamento dell’Esodo, invece,  è che Dio ci dà le regole per la libertà, ci dice che la nostra libertà è in rapporto a Lui. Dentro l’Ebraismo come dentro il Cristianesimo, dentro l’Islam avviene una lotta delle interpretazioni. Interpretare significa comunque, in qualche modo, esporsi al rischio della parzialità; il bello sarebbe che le interpretazioni dialogassero! Tutto ciò crea difficoltà in chi ha meno strumenti e non ha la fortuna di partecipare a gruppi biblici dove è possibile  esporre i problemi connessi all’esegesi. Qualcuno sostiene che alcuni brani violenti e di guerra non devono essere letti, ma io non taglierei nulla dalla Bibbia, lascerei che la Bibbia abbia il suo “scandalo”, la sua storicità, la sua contingenza, perché la Parola è permanente, ma la Scrittura è contingente. La Parola di Dio non è, non si identifica completamente nella Bibbia, la parola di Dio è la fede, che va cercata.

L’Esodo può essere diviso in tre grandi sezioni: la prima è la permanenza e l’uscita dall’Egitto, dal cap. 1,1 al cap. 15,21; la seconda sezione è il cammino nel deserto, il tratto dall’Egitto al Sinai, è una sezione molto breve, dal cap. 15,22 al cap. 18,27. La terza sezione del libro, molto ben individuata, è Israele al Sinai. S tratta di una parte lunga, dal cap. 19 al cap. 40, perchè comprende l’alleanza e le leggi: il vitello d’oro, l’alleanza rotta, riconfermata, la tenda.

Questi sono i nomi, ci dice l’inizio del testo; in questi nomi mettiamo anche i nostri. Per fare una buona lettura della Bibbia ebraica, dell’Esodo, io penso che anche noi dobbiamo metterci tra quelli e quelle che partono dalla terra di schiavitù per andare verso la liberazione. Mettiamo anche i nostri nomi perché anche noi siamo uomini e donne bisognosi di liberazione, magari non avremo il faraone, ma ognuno di noi ha qualche faraone interiore, qualche idolo. Dobbiamo aggiungere il nostro nome tra coloro che partono dalla terra di schiavitù. Sentire che non stiamo leggendo una storia altra, ma che io sto implicando me stesso nella grande narrazione della Scrittura che mi dice: “Franco esci dal tuo Egitto, cerca dove è il tuo Egitto, la tua schiavitù, le tue schiavitù e lascia che Dio ti dia una mano, confida in lui”.