Il Gesù della storia

Abbiamo la possibilità di verificare se il Gesù dei dogmi corrisponde al Gesù della storia?

don Franco Barbero

sbobinatura non rivista dall’autore di un incontro con i genitori del “Gruppo di catechesi Primavera”
 

In “cdb informa” n°41 giugno 2008

Da più di 3 secoli dal tempo di Reimarus è iniziata la grande ricerca sul Gesù della storia. E’ incredibile dirvi quanto la persona storica di Gesù interessi e quanto ancora vi sia da scoprire. Ma prima di dirvi questo vorrei venire ad alcune distinzioni che nel linguaggio sono poco note: c’è il Gesù della fede, il Gesù della storia, il Gesù reale, il Gesù dei dogmi. Bisogna accuratamente conoscere queste poche distinzioni. Il Gesù della fede è quello che viene riassunto nel fatto che lui è il maestro, noi siamo i discepoli; su questo, a livello di enunciazione, c’è una grande convergenza di tutti i cristiani e le cristiane. Il Gesù della storia è invece la ricostruzione storica della vita, dell’esperienza e del messaggio di Gesù; su questo si infittiscono gli studi. Si è passati attraverso alcune fasi: c’è stato un tempo, per molti secoli, in cui il vangelo veniva letto prevalentemente in modo letteralistico. C’era una concezione ingenua della letteratura evangelica. Vi faccio un esempio: Gesù guarisce il cieco: si pensava veramente che Gesù avesse guarito gli occhi. Poi, da tre secoli a questa parte, è cominciata una ridda di studi sulla questione Gesù della storia, con delle oscillazioni: c’è la scuola che dice: “non riusciremo mai a raggiungere tutta la verità storica, perché la storiografia del vangelo è una storiografia particolare, ed allora a noi interessa scegliere il messaggio di Gesù; non potremo mai costruire una biografia di Gesù”. Questo tenore di studi durò a lungo. Oggi si è molto più ottimisti perchè gli studi hanno fatto grandi passi in avanti, perché si conosce l’ebraismo come un secolo fa era impensabile, perché l’archeologia ha fatto dei passi da gigante. Oggi sostanzialmente si dice, nella ricerca storica, la cosiddetta ‘nuova ricerca storica’: di Gesù sappiamo i tratti essenziali della vita e possiamo tutto sommato costruire una buona carta d’identità e un buon itinerario di vita. Quello che non possiamo sapere è il Gesù reale. Faccio degli esempi tutt’altro che irrilevanti: non sapremo mai se Gesù era alto 1,80 o 1,60, se Gesù era un tipo iracondo, se Gesù amava una donna, se Gesù era una persona di salute cagionevole. Il Gesù della vita quotidiana non lo conosciamo. Gesù conosceva il greco? Gesù aveva imparato a scrivere? Non potremo rispondere a tantissime domande sul Gesù reale, il Gesù della microstoria.

Il Gesù dei dogmi è un altro Gesù;  noi lo abbiamo, a partire dal II secolo, divinizzato ed evidentemente tradotto in un linguaggio diverso, ma il Gesù dei dogmi, che poi è diventato il Gesù del catechismo, secondo la maggioranza dei teologi non ha nulla in comune con il Gesù della storia. Credo che tra il Gesù dei dogmi e il Gesù della storia ci sia un divario incredibile. Due testi, tra i molti editi, che tentano di costruire un profilo storico di Gesù sono: “Gesù un ebreo marginale” di Meier e “Gesù ebreo di Galilea” di Giuseppe Barbaglio. L’indagine è aperta, la discussione infinita. Sempre di più si vanno stabilendo delle convergenze e si acquisisce l’essenziale della vita di Gesù. Un ruolo importantissimo e sorprendente lo ricopre l’archeologia a cui dobbiamo, tra le altre scoperte, quella che, con grandissima probabilità, era la casa di Pietro a Cafarnao. Noi conosciamo il mondo giudaico dei tempi di Gesù mille volte di più di quanto non lo conoscessimo un secolo fa. Conosciamo le scoperte di Nag Hammadi, le scoperte di Qumran, che ci hanno dato una visione del mondo giudaico e cristiano antico che uno studioso come Reimarus non poteva nemmeno immaginare. La scienza è la più grande amica della fede. Rispetto alla persona storica di Gesù, bisogna togliersi il cappello di fronte alle scienze umane che stanno facendo alla cristologia un servizio straordinario. Bisogna riconoscere che studiosi credenti, non credenti, agnostici ricercano nell’archeologia, nei documenti, nei papiri con delle capacità veramente rare.

I teologi cristiani hanno iniziato a porsi la domanda centrale: ma noi che abbiamo sempre ricevuto il Gesù dei dogmi, abbiamo la possibilità di verificare se questi dogmi corrispondono al Gesù della storia?

Ecco cosa possiamo sapere del Gesù della storia. Prendiamo innanzitutto le fonti, le testimonianze storiche. Io distinguerei 3 tipi di fonti: fonti dal mondo romano, fonti dal mondo giudaico, fonti cristiane. Gesù non ha scritto nulla; molto diverso è parlare di Paolo, che ha scritto una quantità di cose, ovunque andava scriveva. Gesù non ha scritto nulla, se non quello che racconta il vangelo quando ha scarabocchiato per terra.

Fonti dal mondo romano: la provincia di Siria di cui faceva parte la Palestina era nell’impero di Roma. La storia romana, in tre grandi storici: Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, ci dà numerose informazioni di cui dobbiamo prendere atto. Sono le tre più importanti testimonianze del mondo latino, risalenti al primo ventennio del II secolo, quindi entro il 120 e riguardano i cristiani, il nuovo culto. Nella sua ultima opera, scritta probabilmente tra il 115 e il 120, parlando dell’incendio di Roma Tacito mette sotto accusa Nerone per aver incolpato ingiustamente i “crestiani”. Il documento di Tacito è integralmente conservato, e lui dice così: «Ma nè interventi umani, nè largizioni del principe, nè sacrifici agli dèi riuscivano a soffocare la voce infamante che l’incendio fosse stato comandato. Allora, per mettere a tacere ogni diceria, Nerone dichiarò colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati coloro che il volgo chiamava Crestiani, odiosi per le loro nefandezze. Essi prendevano nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio. Repressa per breve tempo, quella funesta superstizione ora riprendeva forza non soltanto in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche nell’urbe, in cui tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci. Furono dunque arrestati dapprima coloro che confessavano ( di essere cristiani), poi, sulle rivelazioni di questi, altri in grande numero furono condannati, non tanto come incendiari, quanto come odiatori del genere umano. E alle morti furono aggiunti i ludibri, come il rivestirli delle pelli di belve per farli dilaniare dai cani, o, affissi a delle croci e bruciati quando era calato il giorno, venivano accesi come fiaccole notturne. Nerone aveva offerto i suoi giardini per tali spettacoli e dava dei giochi nel circo, ora mescolandosi alla plebe vestito da auriga, ora stando ritto sul cocchio. Così, benché criminali e meritevoli delle maggiori pene, nasceva pietà per loro, perché venivano messi a morte non per il bene di tutti, ma per saziare la crudeltà di uno solo». (Annales XV, 44) - Tacito che pur odiava i cristiani come odiava gli ebrei ci da notizie importantissime. Tacito trasferisce qui il suo ben noto antiebraismo, sui cristiani “rei di funesta superstizione, odiatori del genere umano, odiosi per le loro nefandezze criminali”. Più breve ma non meno preziosa è la testimonianza di Svetonio, nel “De vita caesarium”- la vita degli  imperatori - scritta nel 121, dicono gli studiosi. Parlando dell’espulsione dei giudei da Roma, menziona Cresto, Cristo; ne parla come se fosse stato attivo e personale fomentatore dei disordini; una conoscenza imprecisa eppure valida. Cristo doveva essere stato in realtà il casus belli dei contrasti tra seguaci e avversari in seno alle comunità della diaspora ebraica a Roma, raggruppati in almeno 5 sinagoghe. I seguaci di Gesù in questo momento, nel II secolo, aprono un dibattito molto forte dentro le sinagoghe. Vanno ancora in sinagoga e, questo è importante da sottolineare, non c’è ancora il cristianesimo, sono ancora all’interno del giudaismo. Ed ecco il testo “I giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di un certo Cresto egli, Claudio, li scacciò da Roma” (Claudius 25). A questi episodi sembra riferirsi anche Dione Cassio (in Historia 60). Plinio il Giovane, governatore della Bitinia probabilmente negli anni 111-113, intrecciò in questo periodo un ricco scambio epistolare con l’imperatore Traiano. Nella seguente lettera chiede direttive sul modo di comportarsi verso i cristiani denunciati al suo tribunale. Una lunghissima lettera a cui l’imperatore Traiano risponde. Noi abbiamo conservati ambedue i documenti. Ecco cosa dice Plinio: « Signore, è per me una regola sottoporti tutte le questioni sulle quali ho dei dubbi. Chi infatti potrebbe meglio dirigere la mia incertezza o istruire la mia ignoranza? Non ho mai partecipato a inchieste sui cristiani (cognitionibus de christianis interfui numquam ): non so pertanto quali fatti e in quale misura si debbano punire o perseguire. E con non piccola esitazione (mi son chiesto) se non vi siano discriminazioni a motivo dell’età o se la tenera età debba essere trattata diversamente dall’adulta; se si deve perdonare a chi si pente, oppure se a colui che è stato del tutto cristiano nulla giova abiurare; se viene punito il solo nome, anche se mancano atti delittuosi, o i delitti connessi a quel nome. Frattanto, ecco come mi sono comportato con coloro che mi sono stati deferiti come cristiani. Domandai a loro stessi se fossero cristiani. A quelli che rispondevano affermativamente ripetei due o tre volte la domanda, minacciando il supplizio: quelli che perseveravano li ho fatti uccidere. Non dubitavo, infatti, qualsiasi cosa fosse ciò che essi confessavano, che si dovesse punire almeno tale pertinacia e inflessibile ostinazione. Altri, presi dalla stessa follia, poichè erano cittadini romani, li misi in nota per mandarli a Roma.

Ben presto, come accade in simili casi, estendendosi il crimine con il proseguire dell’inchiesta, si presentarono parecchi casi differenti. Fu presentata una denuncia anonima contenente i nomi di molte persone. Coloro che negavano di essere cristiani o di esserlo stati, se invocavano gli dèi secondo la formula che io avevo imposta e se facevano sacrifici con incenso e vino dinanzi alla tua immagine, che avevo fatto recare a tale scopo, e inoltre maledicevano Cristo (male dicerent Christo), tutte cose che, mi dicono, è impossibile ottenere da coloro che sono veramente cristiani, io ho ritenuto che dovessero essere rilasciati. Altri, il cui nome era stato fatto da un denunciatore, dissero di essere cristiani e poi lo negarono; lo erano stati, ma poi avevano cessato di esserlo, alcuni da tre, altri da più anni, alcuni perfino da vent’anni. Anche tutti costoro hanno adorato la tua immagine e la statua degli dèi e maledissero Cristo. D’altra parte, essi affermavano che tutta la loro colpa e il loro errore erano consistiti nell’abitudine di riunirsi in un giorno stabilito, prima dell’alba, e di cantare alternativamente un inno a Cristo come a un dio (quod essent soliti stato die ante lucem

convenire carmenque Christo quasi deo dicere secum invicem) e di obbligarsi con giuramento (sacramento) non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere furti o brigantaggi o adulteri, a non mancare alla parola data, nè a negare, se invitati, di effettuare un deposito. Compiuti questi riti, avevano l’abitudine di separarsi e di riunirsi ancora per prendere il cibo, ma comune e innocente. Perfino da questa pratica avevano desistito, dopo il mio decreto, con il quale avevo vietato le associazioni, secondo i tuoi ordini. Ho ritenuto tanto più necessario di strappare la verità, anche mediante la tortura, a due schiave che venivano dette ministrae.(qui abbiamo l’importantissima testimonianza, e il testo latino non lascia dubbi, che nella comunità c’erano due ministre donne) Ma non venni a scoprire altro che una superstizione irragionevole e smisurata. Perciò, sospendendo l’inchiesta, ricorro a te per consiglio. L’affare mi è parso degno di tale consultazione, soprattutto per il gran numero di denunciati: sono molti, infatti, di ogni età, di ogni ceto, di ambedue i sessi, coloro che sono o saranno posti in pericolo. Non è soltanto nelle città, ma anche nelle borgate e nelle campagne, che si è propagato il contagio di questa superstizione. Mi sembra pertanto che si possa contenerla e farla cessare. Mi consta senza dubbio che i templi, ormai quasi disertati, cominciano a essere di nuovo frequentati, e le cerimonie rituali, da tempo interrotte, vengono riprese, e ovunque si vende la carne delle vittime, che fino a ora trovava scarsi acquirenti. Donde è facile dedurre quale folla di uomini potrebbe essere guarita, se si accettasse il loro pentimento». (Epist. 10,96) -  E’ da notare che Plinio non è uno storico cristiano né, come abbiamo sentito, un amico dei cristiani. Traiano risponde fissando i seguenti criteri di condotta verso i cristiani: “Non devono essere perseguiti d'ufficio. Se sono stati denunciati e hanno confessato, devono essere condannati, però in questo modo: chi negherà di essere cristiano e ne avrà dato prova manifesta, cioè sacrificando ai nostri dèi, anche se sia sospetto circa il passato, sia perdonato per il suo pentimento. Quanto alle denunce anonime, esse non devono aver valore in nessuna accusa, perchè detestabile esempio e non più del nostro tempo». (Plinio il Giovane, Epist. 10,97). Sono tre testimonianze importanti. Poi ci sono altre testimonianze contro i cristiani come quella di Marco Cornelio Frontone (100-160) autore di una “Orazione contro i cristiani”, riportata in Octavius da Minucio Felice, in cui mette alla berlina il fatto che «un uomo punito per il suo delitto con la pena suprema e il legno di una croce (et crucis ligna) costituiscono la lugubre sostanza della loro liturgia» Più caustico Luciano di Samosata (120-190) che nell’opera “De morte Peregrini” parla di “quei ribaldi senza legge”. Gesù è entrato nella storiografia romana, come vedete, da nemico. L’impero, probabilmente mettendo insieme ebrei e i cristiani, vede la loro religione come una superstizione,  superstizione che attecchisce molto. Per combatterla: chi aderirà verrà suppliziato, chi ritratterà verrà perdonato.

Le fonti dal mondo giudaico. Per queste fonti abbiamo una fortuna: da poco più di 20 anni in Italia vengono tradotte le opere di Giuseppe Flavio (37-100): di poco successivo a Gesù è stato un grande intellettuale ebreo, è passato al servizio di Vespasiano, che lo ha lautamente pagato. Sono ancora aperte le discussioni se si è venduto o no. Lui ha scritto delle opere elogiando gli ebrei e traducendo per la lingua latina in chiave filosofica un elogio immenso. E’ vissuto fino a tarda età facendo la scrittore. Le sue opere fortunatamente ci sono arrivate. Ci sono tre testi molto interessanti: Guerre giudaiche – Antichità giudaicheContra Appionem.

Su Giovanni il Battista importantissime le notizie che abbiamo da Giuseppe Flavio. I vangeli sono molto meno precisi di Giuseppe Flavio nella ricostruzione della figura storica del Battista. Nei vangeli il Battista viene indicato come precursore, addirittura diventerà san Giovanni Battista. Il Battista è stato un profeta che ha richiamato molta più gente di Gesù e il problema dei cristiani era come mai avesse avuto più successo di Gesù. Il Battista è stato il maestro di Gesù, e questo era difficile da ammettere, ed allora bisognava subordinarlo e per subordinarlo hanno creato l’immagine del precursore, con delle invenzioni incredibili: Luca lo fa parente di Gesù, notizia assente in Marco e Giovanni. Nelle fonti giudaiche abbiamo il racconto storico della morte del Battista. Ecco cosa scrive al cap. 18 Giuseppe Flavio” «Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell'esercito di Erode fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista. Erode infatti aveva ucciso quest'uomo buono che esortava i Giudei a una vita virtuosa, alla pratica della giustizia  reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessario se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una purificazione del corpo insinuando che l'anima fosse già purificata da una condotta giusta» (Ant. 18,116-117) Giovanni dice che non basta il rito ma bisogna aver lavorato nel proprio cuore. «Quando altri si affollavano intorno a lui perchè con i suoi sermoni erano giunti ad essere fortemente agitati, Erode temette che una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi potesse portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene. A motivo dei sospetti di Erode fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte» (Ant 18,118-119). Giuseppe Flavio ci dà un’altra testimonianza di una figura della primissima tradizione cristiana che conosciamo poco, ed è invece una figura molto nota, cioè il secondo figlio di Maria e Giuseppe, Giacomo, è un testo fondamentale in cui Giacomo viene definito fratello di Gesù. Giuseppe Flavio ne dice molto poco, ma il fatto che lo menzioni casualmente è un solido argomento a favore dell’autenticità del passo. Nessun copista ha cercato di trasformare questo passo in una qualsiasi specie di confessione religiosa. «Con il carattere che aveva, Anano pensò di avere un'occasione favorevole alla morte di Pesto mentre Albino era ancora in viaggio; così convocò i giudei del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era chiamato Cristo, e certi altri, con l'accusa di avere trasgredito la legge, e li consegnò perchè fossero lapidati. Ma in città coloro che erano considerati più responsabili e rigorosi riguardo alla legge ne furono afflitti e addolorati, perciò mandarono segretamente dei messaggeri al re, pregandolo di comandare ad Anano di smettere di fare cose del genere perché fin da principio non aveva agito correttamente, alcuni di loro andarono pure incontro ad Albino che veniva da Alessandria e lo informarono che non era compito di Anano  convocare il consiglio senza il suo consenso» (Ant. 20,200). E’ descritto esattamente come il capo della chiesa di Gesusalemme, giudeo-cristiana. Le notizie dei vangeli e le notizie di Giuseppe Flavio concordano, viene ucciso nel 62, sono i tempi di Albino. Su Gesù ecco la testimonianza di Giuseppe Flavio: “ Intorno a quel tempo appare Gesù, uomo saggio, seppure sia giusto chiamarlo un uomo…attenti! Questa è un’interpolazione, un’aggiunta cristiana, è il cosiddetto Testimonium Flaviano, i cristiani nel III e IV secolo scoprirono il cosiddetto Testimonium Flaviano e fecero di Gesù un Dio. Per fortuna la ricerca scientifica ha ricostruito il testo integrale: «A quell’epoca viveva un saggio di nome Gesù. La condotta era buona, ed era stimato per le sue virtù. Numerosi furono quelli che, tra i giudei e le altre nazioni, divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Ma coloro che erano divenuti suoi discepoli non smisero di seguire il suo insegnamento. Essi raccontarono che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse era il Messia di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie». Questi sono i testi giudaici, altri ve ne sono nel Talmud e in scritti rabbinici.

Abbiamo poi le fonti cristiane: di Paolo abbiamo almeno 5 lettere che sono autentiche. Paolo è contemporaneo a Gesù o di poco seguente, morirà dopo. Ha conosciuto tutti i discepoli di Gesù. Le sue lettere autentiche sono documenti storici importanti. Nell’antichità non abbiamo nulla di simile, di uno che abbia scritto quasi in contemporanea ai fatti. I vangeli arrivano poco dopo, Marco è degli anni 70 ma il materiale di Marco è degli anni 40 e 50, la fonte Q. E’ una storiografia particolare, non come la costruiremmo noi oggi. Le fonti cristiane hanno una loro autorevolezza, concordano sulle date e sui personaggi ed i cristiani hanno logicamente una visione da discepoli.

 

Che cosa ricaviamo con sicurezza da tutti i testi esaminati: innanzitutto la crocifissione, è stato messo a morte, crocefisso, questo lo sappiamo da tutti i testi, questo aveva fatto colpo, parlano della risurrezione del terzo giorno, l’avevano sentita, era una notizia che circolava tra i cristiani. Una famiglia numerosa quella di Gesù, certamente nato a Nazareth; Betlemme è una leggenda davidica. Non ci sono dubbi in proposito, la madre è Maria, mentre il padre è Giuseppe, menzionato nei vangeli; gioca un ruolo rilevante soprattutto in Matteo, dove occupa con Gesù il centro della scena. Tra i molti versetti molto interessante è Mt. 13 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue sorelle non sono tutte fra noi?”. Poi nascerà la leggenda della verginità di Maria; nulla a che fare con la storia, è devozione che uno studioso non considera nemmeno. Gli studiosi dicono che la verginità appartiene alle leggende cristiane, in realtà Gesù ha avuto una famiglia numerosa: 4 fratelli, tutti citati per nome, almeno 2 sorelle, tutti dalla chiesa trasformati in cugini. Ma il greco del nuovo testamento sa distinguere tra adelphos (fratello) e anepsios (cugino). Per la storia non esiste il problema dei fratelli, esiste solo per la dogmatica cattolica. Su questo tutti gli storici sono d’accordo. Il teologo cattolico per non perdere lo stipendio deve aggiungere che Giuseppe era un padre putativo.

Gesù ebreo di Galilea, in contatto con tutti, ebrei, giudei, erodiani, farisei. Gesù è in contatto con tutti i gruppi del suo tempo. Egli conosce il Battista, ne diventa discepolo. Gesù si convince che deve convertirsi al regno di Dio, va come tutto il popolo a ricevere il battesimo (che il vangelo di Giovanni nega). Tutti gli evangelisti cercano di tacitare questa che è una prova importante; lo dicono perché non possono nasconderlo: per loro Gesù che va a farsi battezzare dal Battista è un po’ duro da accettare, però lo dicono. Il vangelo di Giovanni sorvola. Gesù si fa battezzare, sta con lui, impara, diventa un profeta che pensa agli ultimi tempi, al  regno di Dio. Alla morte del Battista è molto presumibile che egli abbia ricevuto l’ultimo impulso per partire definitivamente nella sua missione. Il Battista non muore come dicono i Vangeli: Erodiade che chiede la testa del Battista, la danza di Salomè … è la leggenda di Matteo. Al di là della leggenda, il contenuto dei vangeli è sostanzialmente convergente con Giuseppe Flavio, che più esattamente indica il luogo della sua morte nella fortezza di Macheronte, prigione dei perseguitati politici.

La sua vita reale, come dicevamo all’inizio, lascia molti interrogativi: cosa ha fatto Gesù fino verso i 30 anni? E’ vissuto nel paese, avrà lavorato nella bottega? Appartiene ad un buon ceto economico, non assolutamente è un miserabile, non è nemmeno uno che fa il pescatore, quindi non lavora a giornata. Suo padre aveva bottega: il greco indica falegname o artigiano, una situazione media. Avrà potuto studiare? Come? Dove? Conosce bene la Torah : dove l’avrà imparata? in Sinagoga? Quale genere di giovinezza avrà fatto? Si sarà innamorato? Tutte cose che noi non sappiamo. Gesù conosce poi questo personaggio, che è il Battista, che passa nei villaggi a predicare. Gesù da uomo credente si mette alla sua scuola e matura una passione straordinaria per la profezia e il Regno di Dio. Decide di partire e, come altri profeti e altri maestri, chiama della gente a seguirlo, della gente che divideva il tempo fra casa e lavoro. Forma un gruppo di uomini e donne che vengono chiamati impropriamente dagli evangelisti “i Dodici”. Gesù non pensava certo di essere il salvatore del mondo, non pensava di essere il Messia, pensava di essere un profeta e voleva compiere fino in fondo la volontà di Dio. Nel suo annuncio si separa dal giudizio perentorio del Battista e annuncia che i tempi della fine sono vicini, ma che ognuno deve rallegrarsi perché ogni uomo ed ogni donna è amato in modo particolare da Dio. In nessun libro del tempo ci sono tante parabole; Gesù ne ha annunciate un’infinità; alcune sono state rielaborate. Il suo modo d’insegnare era soprattutto parabolico. Il dato certo è che Gesù è stato un grande taumaturgo: incontrare Gesù procurava una vita nuova, non nel senso che dobbiamo leggere i racconti di miracolo come cronache, ma che certamente Gesù aveva da Dio, come Eliseo, come Elia, il dono di far stare bene. I racconti di miracolo sono certamente la restituzione letteraria di un nucleo storico, quale sia il nucleo storico difficile a dirsi. L’importante non è sapere se il paralitico si è messo davvero a camminare, ma sapere che per il paralitico è iniziato un processo di cambiamento della persona. Come sia avvenuto, non lo sappiamo. Le guarigioni dei lebbrosi: sovente è una malattia psicologica, presente nei soggetti emarginati.  Non è il caso di dire che per ogni racconto è avvenuto così, come scritto. Nei racconti di miracolo c’è il dono che Dio ha fatto a Gesù, come ha fatto ad altri profeti, di suscitare una relazione di autostima, di salute, di benessere, il superamento dell’angoscia. Gesù esorcista: nella cultura del tempo incontrava della gente che pensava che alcune malattie venissero da possessioni diaboliche; ed allora Gesù rimette sotto il sorriso di Dio la persona, e non c’è nessuna possessione diabolica. La cultura del tempo, estranea all’ebraismo antico, da quando c’è stata l’occupazione persiana, poi l’occupazione ellenistica e romana, è piena del concetto degli spiriti, degli spiriti immondi. Nella cultura popolare sovente gli spiriti immondi erano portatori di malattie, ma sappiamo che volevano dire malattie psicologiche, sofferenze, emarginazione.

Gesù opera come un pio ebreo del suo tempo: frequenta la sinagoga, va al Tempio. Ma opera una sovversione: mette al centro non la legge, le leggi, ma mette al centro la volontà di Dio. Nella sua vita itinerante aveva certamente delle famiglie che l’appoggiavano, aveva dei luoghi dove pernottava, come ci raccontano i vangeli. Nella sua vita, certo, un po’ di gente trasse vantaggio. Pochissimi, in realtà, uomini e donne lo seguirono. Quali sono stati i tempi del ministero di Gesù? Non lo sappiamo. Giovanni ci dice che ha fatto 4 viaggi a Gerusalemme. I sinottici sembrano invece dirci che il ministero di Gesù si è bruciato in un anno e mezzo. Non riusciamo a capirlo. Per Giovanni ha più un significato teologico. E’ più probabile che fossero un anno o due al massimo. Che cosa successe dopo? I discepoli diranno di lui che è risorto, conformi alla speranza che Gesù aveva dato. I libri di storia non dicono di più; la storia non ha fotografato la resurrezione. Non è che si neghi, ma la storia si ferma alla morte. I teologi ci dicono che la risurrezione è un dato di fede, i discepoli hanno visto con gli occhi della fede. Non ci sono documenti sulla resurrezione.

Certo Gesù non ha mai pensato di essere Dio, siamo noi che nell’amore lo abbiamo esaltato. Ma non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è stato fedele al monoteismo, ha adorato Dio, “Dio suo e Dio nostro” e non si è mai messo al posto di Dio. Dalla storia alla dogmatica molto è stato stravolto dalle nostre chiese. ‘Figlio di Dio’ in ebraico ha altri significati. Nel mio libro “Olio per la lampada” ho documentato i significati di questi linguaggi. Si fa una confusione enorme tra Gesù e Dio, se Gesù fosse Dio lo avrebbe pregato? Ecco perché la concezione che nascerà nel III e IV secolo delle due nature è nefasta, è quella che non ci permette più di capire Gesù ebreo, che per noi cristiani è la via. Egli è per noi non un profeta, ma il profeta, ma il profeta che adora Dio, che crede in Dio. Noi pensiamo a lui come le strada, l’indicazione molto concreta per la giustizia, la solidarietà, la tenerezza, la preghiera. Quello che dobbiamo rivisitare sono i linguaggi: “Gesù salvatore del mondo”…e le altre religioni? E’ Dio il salvatore del mondo, il grande studioso e teologo Dupuis dice in un libro bellissimo “ non bisogna mai dimenticare che il vero salvatore del mondo è Dio, gli altri sono i testimoni della sua salvezza, la salvezza non viene da Gesù, viene da Dio”. Ecco perché la liturgia antica non prega Gesù, prega attraverso Gesù vedendolo come la strada.

Vi ho detto poche cose, ma volevo fermarmi all’essenziale, Quello di cui su Gesù possiamo essere sicuri.