HOME PAGE CDB CHIERI

 

Esperienze d'amore nelle chiese

 

di Luigi Sandri

 

 

 “Oreundici” n. 10 dell'ottobre 2014

 

Il tema "Esperienze d'amore nelle Chiese" ha due aspetti, uno personale e uno istitu zionale. Quello personale è l'esperienza di amore che ogni cristiano può vivere nei confronti di un altro cristiano che non appartenga alla sua stessa Chiesa: un cattolico ama un ortodosso, un luterano ama un anglicano... Il che non è scontato, perché storicamente ci siamo odiati benissimo: potremmo prendere il premio Nobel dell'odio. Ma, grazie a Dio, da un centinaio di anni con l'ecumenismo si è avviato un movimento che porta a rispettare l'altra persona cristiana, a volerle bene, a collaborare con essa; e, quindi, sotto questo aspetto abbiamo fatto dei progressi. Durante la Seconda guerra mondiale, cristiani di varie confessioni si trovarono insieme nel turbine della tragedia e si riconobbero meglio come fratelli, si aiutarono, e i secoli della divisione, dell'odio, del pregiudizio parvero dissolversi di fronte alla morte imminente, quella del martirio.

Anche oggi, chi può sapere quanti atti di amore ci siano fra cristiani?! Possiamo intuirlo, pensando ai gesti dei nostri amici cattolici, luterani, ortodossi... Questi gesti di amore, sconosciuti e non verificabili, sono un grande giacimento per le Chiese, una miniera d'oro che tiene stabile "la moneta" delle Chiese. Se non ci fosse quest'oro dell'amore fra cristiani di diverse Chiese separate saremmo messi molto male; e invece possiamo avere un grande ottimismo, sulla base di questo giacimento d'amore.

Dal punto di vista istituzionale, il problema è, invece, molto più complesso. Perché storicamente le Chiese si sono divise sulla verità, ritenendo ciascuna di possedere la verità e, dunque, che l'altra Chiesa che la negava non potesse essere vera: il risultato è che per difendere la (loro) verità, le Chiese hanno sacrificato l'amore. E questo ha avuto conseguenze gravi e profonde, perché per affermare la propria verità, spesso è stato usato il metodo della violenza, ritenendo di dare gloria a Dio. Il 6 luglio 1415 a Costanza, al confine tra Svizzera e Germania, il teologo boemo Jan Hus fu condannato a morte con decisione del Concilio che là si celebrava: la massima au torità della Chiesa cattolica ritenne di avere il diritto e il dovere di mandare al rogo, vivo, un "eretico". Allo stesso modo Giordano Bruno è stato mandato a morte dall'Inquisizione, sotto Clemente VIII, nel 1600. Quindi abbiamo alle spalle questa storia drammatica e anche se negli ultimi anni le Chiese, ciascuna sul proprio versante, hanno compiuto atti di pentimento per questo passato, la mia opinione è che questo "armadio" non sia ancora stato davvero aperto. Sono state pronunciate par o l e m a n o n  c ' è  stata una riflessione profonda e veritiera su come sia stato possibile che i discepoli di Gesù abbiano pensato che, per difendere la verità, la violenza fosse possibile, e an che necessaria.

Su questo triste e sanguinoso passato non c'è stata — ritengo — una riflessione adeguata: come è possibile che chi rivendica il ministero e il magistero di annunciare in verità il vangelo abbia tratto la conclusione di poter usare la violenza? la mia opinione è che il Costantinismo e il Teodosismo nel IV secolo siano penetrati come un virus nel corpo delle Chiese e abbiano provocato un guasto irreparabile. Solo nel Novecento, ci sono state delle ricerche per capire se la verità pensata dalle varie Chiese fosse proprio tale, cioè quale fosse "vera" e quale "erronea".

Faccio degli esempi. Paolo VI nel 1973 ricevette Shenuda III, il patriarca dei copti, e insieme firmarono una dichiarazione comune nella quale si affermava che i copti — ma anche armeni e siri — rifiutarono il Concilio di Calcedonia (451 ) soprattutto per ragioni politiche e culturali, e non dogmatiche. Quel Concilio aveva proclamato: in Gesù Cristo ci sono due nature, divina e umana, e una persona. Gli. armeni, i siri e i copti ritenevano invece che in Gesù ci fosse una sola natura (fusione di quella divina e di quella umana) e una sola persona. Ma la ve ra ragione del loro rifiuto del Concilio era il non voler sottostare al Basileus, cioè all'imperatore di Costantinopoli. Giovanni Paolo Il fece la stessa cosa nel 1984 incontrando il patriarca dei siri Mar Ignatius Zakka I Iwas e, nel 1996, il catholikos e patriarca supremo degli armeni di Etchmiadzin, Karekin I. Wojtyla e Karekin hanno concordato sul fatto che fattori linguistici e politici avessero in sommo grado contribuito all'insorgere di divergenze teologiche legate a differenze terminologiche, e insieme sottoscrissero: «In virtù della comune e fondamentale fede in Dio e in Gesù Cristo le controversie e le deplorevoli divisioni a volte derivate dai modi divergenti di esprimere tale fede non dovrebbero più continuare a influire negativamente sulla vita della Chiesa oggi».

Dunque il papa della Chiesa romana e il capo della Chiesa armena hanno riconosciuto che per 1.500 anni c'è stato un equivoco, che ha generato violenza e odio profon do. Traendo conclusioni dalle affermazioni di un pontefice e di un catholikos, mi chiedo, infatti: perché, adesso che la decisiva questione cristologica è stata risolta, cattolici e armeni non celebrano insieme l'Eucaristia? Il nuovo pretesto di divisione, di cui forse ci si pentirà tra mille anni, è il papato. Poi ci sarà il pretesto del sacerdozio delle donne, poi... e così via, di millennio in millennio.

Questi eventi aprono motivi di speranza mescolati a grande preoccupazione; penso tuttavia che debba prevalere la speranza perché le citate dichiarazioni hanno come sfondo decisivo l'amore. Riconoscere che ogni Chiesa è vera, santa e peccatrice, come (traendo noi conclusioni esplicite da loro premesse implicite) mi sembra abbiano fatto balenare Paolo VI e Shenuda III, Giovanni Paolo II e Karekin I, è un atto di amore, perché l'amore dice che quella divisione che aveva interrotto la comunicazione è stata un errore fatale. Le Chiese compiono un atto di amore quando mettono in discussione il proprio bagaglio di definizioni del passato che diceva: "Io sono vera Chiesa, tu no". Situazione analoga per le Chiese della Riforma. Nel giugno 1998, la Santa Sede affermò che il 31 ottobre di quell'anno, festa della Riforma, la Chiesa cattolica romana e la Federazione delle Chiese luterane avrebbero firmato un consenso su alcuni punti sostanziali sulla giustificazione, punti che in passato le avevano contrapposte. Però all'atto della risposta ufficiale, la Chiesa cattolica avanzò un "ma", perché le Chiese luterane del mondo, ciascuna nel proprio Sinodo, avevano votato e approvato il documento in forma "democratica". Ma la verità — obiettava Roma — "non può essere messa ai voti". Che singolare obiezione: i luterani sono tali proprio per ché non riconoscono il papato! Tutte le Chiese, anche le ortodosse, hanno il loro Sinodo; non c'è nessuna Chiesa, oltre la cattolica, che riconosca ad un suo "papa" di poter dichiarare: "Questa è la verità". L'obiezione vaticana rischiava dunque di chiudere l'ecumenismo. La diatriba andò avanti per un anno e, finalmente, il 31 ottobre 1999 ad Augusta, in Germania, è stato firmato ufficialmente e solennemente l'accordo su punti qualificanti della giustificazione (il modo con cui Dio in Cristo salva per grazia l'uomo).

Si è compiuto un passo meraviglioso, un atto di amore: la Chiesa romana era vissuta per quattro secoli con l'odio teologico verso la Riforma; e viceversa. Ad Augusta le autorità luterane e quelle cattoliche hanno riconosciuto che a Trento i loro antenati avrebbero potuto intendersi se i padri del Concilio avessero compreso meglio il punto di vista dei luterani e se questi, abbandonando le polemiche, avessero intuito la fondatezza biblica di certe affermazioni cattoliche. È dolorosissimo constatare che avevano un accordo possibile a portata di mano, purché ciascuno avesse ritenuto

che la propria spiegazione del grande mistero di "come Dio ci salva" era una spiegazione umana, non esaustiva, e aperta a molte sfaccettature; ma allora, invece, le Chiese assolutizzarono la loro spiegazione, innescando una divisione.

Domanda: Se cattolici e luterani sono oggi d'accordo su questioni fondamentali che avevano generato la loro lacerazione nel Cinquecento, possono adesso fare la comunione insieme? L'enciclica Ecclesia de Eucharestia del 2004 ha detto no alla intercomunione. Infatti, precisava, permangono problemi irrisolti, a cominciare dalla comprensione dei ministeri, e del papato.

E veniamo al rapporto con gli ortodossi. Dopo essersi scomunicati a vicenda nel 1054, e aver cercato vanamente un accordo nel Concilio di Lione II nel 1274, nel Concilio di Firenze del 1439 cattolici e bizantini firmarono la pacificazione. Ma i bizantini sottoscrissero l'accordo perché speravano in una crociata dell'Occidente guidata dal papato per sconfiggere i turchi in avanzata verso Costantinopoli. Dunque fecero questo "atto di amore", ma era un amore interessato. La crociata fallì e il 29 maggio 1453 i turchi ottomani presero Costantinopoli ponendo fine al millenario impero romano d'Oriente. Da allora fino all'ascesa di papa Giovanni, nel 1958 — contate i secoli! — c'è stato un odio mortale fra la prima Roma e la seconda Roma.

Nel gennaio 1964 Paolo VI andò a Gerusalemme e incontrò il patriarca Athenagoras. Quel fatto ha scongelato i secoli dell'invidia, della gelosia, della contrapposizione e sono cominciate le visite fraterne reciproche. Nel 1980 è stata costituita la Commissione teologica mista cattolico/ortodossa per superare i problemi reciprocamente irrisolti, prodotti dalla storia: questa Commissione ha lavorato molto ma, pur avendo compiuto qualche progresso, si è poi incagliata ancora una volta sul tema del papato. Tuttavia se avete visto papa Francesco con il patriarca Bartolomeo I (si sono incontrati a Gerusalemme nel maggio scorso, e poi a Roma in giugno), avrete notato come si trattano da amici. Questa è una realtà bellissima perché aiuta a sciogliere i grumi del passato; tuttavia i problemi di fondo sono ancora tutti lì, irrisolti. Attualmente, nell'Ortodossia, c'è anche un contrasto tra il patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, che complica molto le cose; e c'è uno stato di scisma tra il patriarcato di Gerusalemme e il patriarcato di Antiochia, a causa del dissidio su chi di essi abbia la giurisdizione ecclesiastica nel Qatar.

Questi fatti, dove il desiderio di superare le ostilità si mescola a forti resistenze, fanno sperare che le Chiese, amandosi, finiscano per riconoscersi reciprocamente come vere Chiese. Il Vaticano II nel decreto Unitatis redintegratio riconobbe quelle ortodosse come vere Chiese, mentre per quelle occidentali parlò di "comunità ecclesiali". Etichetta restrittiva, quest'ultima, che andrà ridiscussa. Quindici anni fa raggiunsi con un gruppo di amici le isole Solovietskye, che si trovano mille chilometri a nord di San Pietroburgo, a ridosso della penisola di Kola. Quelle isole furono rese famose da Stalin che vi mandò in catene molti oppositori cristiani al regime sovietico, trasformando in prigione il grande monastero al centro dell'isola principale, che era stato costruito nel Seicento dai russi per prevenire le invasioni degli svedesi. Oggi vi sono tornati i monaci ortodossi.

Quando noi vi arrivammo stavano celebrando in chiesa i vespri; e mi inserii nel coro. In una pausa, il capo-coro, vedendo questo straniero, mi domandò: «Da dove vieni?» Risposi: «Dall'Italia». E lui: «Allora sei cattolico! Fuori dal coro, non puoi pregare con noi». Un'altra volta, a Mosca, in una liturgia di una parrocchia mi accostai al pope per ricevere l'Eucaristia. Ma lui, appreso che ero "cattolico", mi cacciò in malo modo, salvo poi, dopo, invitarmi in sacrestia, per chiedermi perdono, spiegandomi comunque le motivazioni del suo "no", e intanto offrirmi pasticcini. Gli ortodossi danno la comunione solo agli ortodossi, non a cristiani di altre Chiese; ritengono infatti che la condivisione eucaristica possa esserci solo quando vi sia piena e reciproca consonanza di fede. Ma Gesù aveva detto: «Andate ad invitare al banchetto gli zoppi, gli storpi, i cie chi...». Dunque, sembra a me, l'Eucaristia non è un premio per la ritrovata fede comune, ma piuttosto un viatico nel cammino per raggiungerla. Quel mio amico pope mi spiegava: "Noi non possiamo dare l'Eucaristia ai cattolici"; ma era commovente perché, dicendomelo, piangeva. Con la sua teologia, con la sua dogmatica, mi doveva dire di no: ma gli dispiaceva tanto.

Queste sono le contraddizioni tremende che sempre riportano al dilemma tra verità e amore. Non hanno piena ragione gli ortodossi, non ce l'hanno, piena, i cattolici, ne hanno un pezzettino tutti e due. Perciò si potrebbe forse dire: "Facciamo questa comunione insieme proprio per chiedere al Signore la forza di fare tutti gli altri passi verso la piena riconciliazione".

Nel 1982 a Lima, in Perù, "Fede e Costituzione", la commissione del Consiglio ecumenico delle Chiese che studia i problemi dottrinali, ha approvato un bellissimo e assai importante documento che si chiama BEM (Battesimo, Eucaristia, Ministeri). A proposito dell'Eucarestia esso afferma: tutte le Chiese riconoscono che quando la si celebra, Gesù è presente. Divergono nella spiegazione del "come" sia presente (la Chiesa cattolica parla di "transustanziazione", altre Chiese hanno altre spiegazioni), ma tutte riconoscono che lo sia. Malgrado questa convergenza teologica, il magistero della Chiesa cattolica ritiene di fatto che il suo modo di intendere il "come" della presenza di Cristo nell'Eucaristia sia fondamentale come la fede nel "che". Le strutture, le sovrastrutture, le incrostazioni del passato sono tali che con la testa si fatica ad arrivare dove il cuore già è arrivato.

Le Chiese avrebbero potuto unirsi da gran tempo se avessero riconosciuto la parzialità delle loro affermazioni. Il cammino della piena riconciliazione si prospetta perciò ancora lungo a causa dei nostri peccati, ed a motivo delle differenze culturali, sociali e politiche, e delle amarezze provocate dalla separazione... Si può sperare, dunque? lo immagino che Dio si commuova per il sangue dei  martiri, e perciò ci dia la grazia dell'unità riconciliata. Stando a Mosca mi sono chiesto: tutto questo sangue innocente versato, che senso ha? E' stato sparso invano, oppure agli occhi di Dio è tremendamente importante? Ritengo, davvero, che il grido di questo sangue salga al cielo, e commuova l'Altissimo; e che si unisca alla preghiera di Gesù: «Ti prego, Padre, che siano uno». Ma, troppo spesso, noi non abbiamo la passione dell'unità e non sentiamo la vergogna della permanentedivisione dei discepoli e delle discepole di Cristo.

Testo trascritto dalla registrazione della conferenza tenuta a Trevi, rivisto dall'autore.