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Viaggio intorno a Gesù tra dati della storia e narrazioni della fede

colloquio con Mauro Pesce, Adriana Destro, Edmondo Lupieri, Marinella Perroni, Alberto Cozzi a cura della redazione
 

in “Jesus” del luglio 2018

Approfondimenti in il Gesù storico


Di sicuro sappiamo che è esistito, che era un ebreo, che è stato battezzato da Giovanni Battista, che ha pronunciato un certo numero di parabole, ha scelto un ristretto numero tra i discepoli e ha predicato l'avvento imminente del regno di Dio. Sulla figura di Gesù di Nazareth però non ci sono molte altre certezze storiche. Probabilmente non aveva immaginato una sua morte così precoce e cruenta. Sicuramente non aveva alcuna intenzione di fondare una nuova religione. Come si è arrivati allora dalla predicazione di quel rabbi di Galilea al cristianesimo? Ne abbiamo discusso in redazione con cinque tra i maggiori esperti di storia delle origini cristiane

Due miliardi e mezzo di persone lo venerano come il Salvatore, eppure di lui non abbiamo né un'immagine né uno scritto. Ne conosciamo a memoria i detti, ma chissà quali sono stati effettivamente pronunciati da lui. A più di 2.000 anni dalla sua avventura terrena, Gesù resta un enigma storico. Tanto che da almeno 200 anni gli studiosi discutono e, talvolta, litigano sull'identità reale di questo rabbi ebreo che predicava in Palestina e che, a un certo punto della sua vita, venne messo a morte dai Romani.

Ma allora, chi era costui? Il redentore dell'umanità, come dicono i cristiani? Uno sfortunato rivoluzionario politico, come è stato sostenuto? Un profeta del mondo ebraico? O il fondatore di una nuova religione? Per fare un po' di chiarezza sulle tante ipotesi in campo, abbiamo organizzato un dibattito con alcuni dei più autorevoli studiosi italiani del settore. Intorno allo stesso tavolo abbiamo riunito Mauro Pesce, storico del cristianesimo primitivo ed esperto di esegesi, autore di numerose monografie sul tema del Gesù storico; Adriana Destro, antropologa e studiosa del contesto ebraico-palestinese del tempo; Edmondo Lupieri, esperto di Storia delle origini cristiane e docente alla Loyola University di Chicago; Marinella Perroni, biblista e fondatrice del

Coordinamento delle teologhe italiane (Cti); e don Alberto Cozzi, teologo e docente di Cristologia alla Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale di Milano.

La ricerca sul Gesù storico ha più di 200 anni ormai. A che punto sono gli studi? Possiamo almeno dire che Gesù è veramente esistito?

PESCE «La ricerca storica su Gesù, che in realtà inizia almeno dalla fine del Cinquecento, ha già messo in luce che Gesù è esistito, che era un ebreo, che è stato crocifisso dai Romani, che predicava il regno di Dio. Abbiamo nuove proposte sia sulla data della nascita, tra il 12 e il 4 avanti Cristo, sia sulla data della morte, circa il 30. Il punto fondamentale è un altro, e cioè che dalla metà dell'Ottocento almeno, le vecchie discipline — storia e filologia — che erano state alla base dell'esegesi storico-critica, hanno incominciato a dialogare con le scienze sociali, antropologia, sociologia e storia delle religioni comparate. Questa massa di studi ha portato un accumulo enorme di dati su Gesù. Noi sappiamo oggi su Gesù molto di più di quello che si sapeva all'età dei Padri della Chiesa, soprattutto sull'ebraicità di Gesù, dati che la teologia antiebraica cristiana non aveva a disposizione. Quindi, l'impatto di questa massa enorme di dati si ripercuote anche sulla riflessione teologica».

DESTRO «C'è un arricchimento di informazioni, di proposte, di progetti anche di vario orientamento, che impone una riflessione sul modo in cui possono essere trattate queste aree conoscitive. Quindi, abbiamo in cassaforte un mucchio di notizie, ma ci sarebbe bisogno di una prospettiva, un cammino, una forma di avvicinamento alla loro analisi. Sappiamo moltissimo di più sulla lingua o le lingue di Gesù; conosciamo meglio lo spessore umano, quotidiano, di Gesù: sappiamo molto di più sulla sua religiosità e sulla sua pratica cultuale, sul suo rapporto con le donne».

Quindi, settori dissodati, ma che richiederebbero ulteriori studi?

PESCE  «Sì, c'è un ammasso notevole di lavoro. Per esempio sull'ebraicità di Gesù, c'è una massa enorme di testi che noi abbiamo soltanto da settant'anni, così come per il primo cristianesimo abbiamo una tale quantità di nuovi scritti — dalla Didaché che non si conosceva prima all'Ascensione di Isaia, i Vangeli giudeo-cristiani, i testi di Nag Hammâdi — che ci danno uno sguardo sulle molteplici interpretazioni di Gesù emerse fin dall'inizio dell'esperienza che comunemente chiamiamo cristiana».

LUPIERI «Ricordo che molti anni fa mi aveva colpito ciò che aveva scritto Geza Vermes, secondo cui, se volessimo fare la carta d'identità di Gesù, dovremmo dire: Nato a: mah. Il: ?; figlio di: beh Maria; fratelli o sorelle: tre maschi e alcune femmine; stato civile: coniugato?; data di morte: venerdì. Cito questa riflessione per spiegarvi perché il mio interesse di ricerca non sia tanto sul Gesù storico, che camminava predicando per le vie della Palestina; quello che mi affascina è un aspetto diverso: sono i meccanismi di costruzione del personaggio Gesù. Non possiamo più illuderci di avere fonti sicuramente affidabili, perché in effetti le nostre fonti sono già il risultato di una tradizione, magari solo di alcuni decenni, ma comunque risultato di un'interpretazione ben connotata teologicamente. In effetti, quello che abbiamo è una serie di interpretazioni che si esprimono attraverso il racconto del personaggio Gesù. Il problema quindi si sposta e diventa quello dello iato tra il personaggio e l'essere umano realmente esistito. Ben vengano, allora, le scienze umane se mi permettono di capire meglio l'uomo Gesù. Però l'aspetto affascinante per me rimane quello di capire i meccanismi attraverso cui sono state costruite le immagini, i personaggi, in particolare il personaggio Gesù, e poi come questi anche attraverso il tempo si sono ulteriormente sviluppati».

PERRONI «Conoscerete senz'altro quel breve racconto di Anatole France intitolato Il procuratore della Giudea, che racconta l'incontro tra un anziano Ponzio Pilato e un suo vecchio amico. A un certo punto l'amico gli chiede: "Ma te lo ricordi quello lì, quel Nazareno che hai condannato?". E Ponzio Pilato risponde: "No, non ricordo". Insomma, come notava Lupieri, la questione seria è la memoria, il “perché”, nel tempo, si sia andata costruendo la memoria di una persona specifica. Bisogna rendersi conto che quel perché è un perché religioso, un perché teologico, e quindi richiede di essere esaminato con il contributo di discipline che non sono soltanto le scienze storiche e sociali. Detto questo, però, è irrinunciabile lo sforzo di analisi sul cosiddetto Gesù storico, che oggi credo si giochi più sulla ricostruzione del contesto, più che sulla pretesa di arrivare a "fotografare" l'uomo Gesù. Altrimenti non ci resta altro che il nodo della costruzione del personaggio, una costruzione puramente narrativoteologica, o addirittura la costruzione del mito. Invece ritengo che da sempre lo sforzo enorme del cristianesimo sia stato quello di non farsi dissolvere nel mito: sicuramente esiste una dimensione letteraria, teologico-religiosa, che però è radicata nella storia. E il tema del rapporto tra dato storico e dato teologico o, per dirla in altro modo, la questione della coincidenza o meno tra il Crocifisso e il Risorto è stata sentita non solo a partire dal Cinquecento, con l'avvento della modernità, ma sin dagli inizi dell'esperienza cristiana».

LUPIERI «Forse io sono su posizioni un po' pessimistiche metodologicamente, ma mi sembra sempre più improbabile riuscire a ricostruire una vita di Gesù. Quello che mi sembra possiamo cercare di fare è — analizzando le varie tradizioni sia canoniche sia non canoniche, che sono necessariamente letterarie — cercare di individuare dei frammenti della persona Gesù. Da questi frammenti emerge una fortissima ebraicità di Gesù, un enorme rispetto per il tempio, un radicamento nell'ambiente giudaico-palestinese. Detto questo, però, resta difficile incollare insieme questi frammenti fino a farne un disegno di senso organico e compiuto».

COZZI «Posto che Gesù è veramente esistito e non è una figura mitologica, concordo sul fatto che gli studi fino a oggi ci consentono di cogliere solo alcuni frammenti della sua persona e della sua vicenda umana. La fede a mio avviso è precisamente la pretesa di stabilire un nesso, anzitutto narrativo, tra quei frammenti. E tale nesso narrativo parte dall'incontro con il Risorto. Altrimenti si fa fatica a capire il perché della memoria tramandata intorno alla sua figura. Ma pure se questa è la premessa, ciò non toglie importanza — agli occhi del credente — all'umanità di Gesù e alla sua storia. Anzi, semmai rafforza le domande intorno all'identità di questo rabbi di Galilea».

John Meier, noto studioso cattolico americano, definisce Gesù un «ebreo marginale». In che senso? Che cos'era la Galilea di quel tempo? E qual era la situazione politico-religiosa in quel contesto geografico?

DESTRO «Il tema dell'ebreo marginale è molto interessante perché non è semplicemente una qualità attribuita a Gesù. Il concetto di marginalità rimanda a una persona che non ha potere. Ma ciò non vuol dire che l'ebreo Gesù sia, per questo, un po' meno ebreo. Lo dice Meier stesso: ebreo marginale non significa che non fosse integralmente ebreo o che fosse contrario alla religione ebraica. Gesù era marginale — e cito proprio le parole di Meier — pur restando un vero ebreo palestinese. Il punto fondamentale è che Gesù è ebreo: ad esempio, accettava i sacrifici del tempio. Dunque, la teoria teologica secondo la quale Gesù viene a porre fine ai sacrifici del tempio perché la sua morte è il sacrificio per eccellenza, sostitutivo di quelli del tempio, è pura teologia antiebraica. Allo stesso modo, l'ultima cena di Gesù non è stata un sacrificio, basta studiare l'antropologia dei sacrifici ebraici del tempo. Di conseguenza viene a cadere l'idea che la sua morte fosse un sacrificio. Altro tema, la purità: Gesù non ha mai abolito le leggi di purità, anche se magari ne può aver contestato alcune interpretazioni più rigoriste. Il recupero dell'ebraicità di Gesù, che Meier porta avanti con forza, non è un tema secondario».

Gesù era un ebreo a pieno titolo, non ci sono dubbi. Ma cosa si intende allora per "marginale"? Vuol dire che non faceva parte dell'establishment religioso? Sappiamo che esistevano molte correnti all'interno dell'ebraismo, spesso in polemica l'una con l'altra. Gesù dunque aveva una sua posizione specifica e originale, oppure apparteneva a qualcuna di queste correnti?

DESTRO «Gesù era un ebreo specifico, così come ogni cristiano è un cristiano specifico, ogni uomo è un uomo specifico. Il fatto che fosse un ebreo specifico, dunque, non significa che volesse staccarsi dall'ebraismo per fondare un'altra comunità religiosa, diversa od opposta rispetto alla sua originaria. In questo senso, a mio giudizio, il termine marginale è estremamente equivoco, addirittura sbagliato. Lo storico delle religioni americano Jonathan Smith, ad esempio, ha proposto in alternativa il concetto di "interstiziale". Gesù non vuole formare un gruppo a parte, non fonda una Chiesa. Il gruppo di Gesù sta interstizialmente sui luoghi di lavoro, dentro le case, dentro i villaggi. Altro punto chiave: Gesù non va nelle città, che sono romanizzate ed ellenizzate, ma va nei villaggi, considerando che da lì, da dentro le case, deve ripartire la vita religiosa ebraica. In questo senso è marginale, uomo di villaggio interstiziale, ma questo semmai accentua la sua ebraicità».

PERRONI «Concordo con ciò che è stato detto, ma dire che Gesù era totalmente ebreo non è sufficiente. Bisogna cercare di capire quale ebreo era, che tipo di religiosità ebraica propugnava, altrimenti non si capisce perché qualcuno lo abbia voluto mettere a morte. La sua morte è una morte interna all'ebraismo. Quindi, sicuramente il predicatore Gesù è stato vissuto come antagonista, non soltanto marginale e innocuo. D'accordo, Gesù non voleva costruire una comunità religiosa alternativa all'ebraismo, però certamente era promotore di una forma di ebraismo anti-establishment che ha provocato la reazione dei sommi sacerdoti e di altri ambienti ebraici molto influenti. Allora dove era il punto di rottura? Perché è stato giudicato degno di morte? Questo è un tema che va indagato».

LUPIERI «Concordo sul fatto che "marginalità" è un termine ambiguo, però "interstizialità" è troppo colto e astruso, difficile da capire. A me pare invece che "marginale", con tutti i suoi limiti, funzioni: Gesù è marginale rispetto agli ebrei legati al potere religioso e politico del suo tempo ed è marginale perché rifiuta la logica di mercato nella gestione della salvezza, contesta la compravendita per denaro della salvezza: in questo senso interpreto l'obolo della vedova o la cacciata dei mercanti dal tempio. Rispetto alla struttura religiosa ufficiale dell'ebraismo, Gesù è un predicatore scomodo e per questo viene messo a morte».

DESTRO «Meier dice che Gesù era marginale in primo luogo perché fu condannato come un criminale. In secondo luogo, era marginale perché aveva uno stile di vita inconsueto: abbandona la famiglia, non ha beni, si fa mantenere, non lavora. Insegna, pur appartenendo ad ambienti contadini. Insomma, una pratica di vita singolare e radicale. I motivi della morte, dunque, non hanno a che fare con questioni teologiche ma con questioni sociali e politiche. Immaginate che in un piccolo villaggio arrivi Gesù e ai maggiorenti del luogo dica: "Non vi è lecito ripudiare vostra moglie". Come pensate che possa reagire la leadership maschile di questo piccolo centro ebraico conservatore?

PESCE «Inoltre sappiamo che la leadership ebraica era divisa, spaccata in due tra chi sosteneva che si potesse collaborare con gli occupanti romani e quei gruppi, cui appartiene anche Gesù, che invece dicevano che la fedeltà alla Torah obbliga a un totale riconoscimento della signoria di Dio e, di conseguenza, a un rifiuto netto di qualunque accordo con Roma. E anche qui ci sono molti motivi che fanno di Gesù un uomo scomodo».

COZZI «Sì, sicuramente Gesù aveva uno stile di vita che di fatto lo metteva ai margini rispetto a una certa organizzazione dell'ebraismo. Detto questo, però, sono un po' a disagio con chi distingue troppo nettamente la categoria socio-politica da quella morale e teologica. E un modo di ragionare troppo illuministico. Nel suo giudizio sulla indissolubilità del matrimonio, Gesù sfida lo status quo sociale mettendo in gioco una sua intuizione teologico-religiosa. Così come starei anche molto attento a separare l'esperienza di Gesù, la sua morte in croce, dall'interpretazione sacrificale che ne ha dato san Paolo. Perché non si conosce Gesù se non studiando anche gli effetti che ha avuto su coloro che sono stati con lui e che lo hanno seguito».

I Vangeli e gli altri scritti neotestamentari sono delle «narrazioni confessanti», che però contengono degli elementi di storicità. Se volessimo distillare in qualche modo questi elementi di storicità, su che cosa vi concentrereste?

PESCE «Sicuramente Gesù è esistito, era un ebreo, è stato battezzato da Giovanni Battista, ha pronunciato un certo numero di parabole, ha scelto un ristretto numero di discepoli e ha predicato l'avvento imminente del regno di Dio. Ma neanche lui sapeva esattamente il quando di questo avvento, tant'è vero che lo stesso Vangelo di Marco lo dice più volte, e una volta in modo chiaro: “Qunato poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (Mc 15,32)».

Che cosa vuole dire esattamente «predicava l'avvento del regno di Dio»?

PESCE «La tendenza prevalente tra gli studiosi è quella di pensare che il concetto di regno di Dio sia quello che troviamo nel capitolo secondo e nel capitolo settimo del libro di Daniele, e che troviamo anche nel primo libro di Enoch: il regno finale della storia, che arriverà dopo i quattro regni "pagani". Questo regno di Dio è anche il regno di Israele, cioè una realtà politica e sociale, e il suo avvento imminente sarebbe stato un grande rivolgimento. Ma questo regno doveva essere instaurato solo da Dio. Dunque Gesù non era favorevole ad azioni pratiche di carattere politico per instaurare umanamente il regno, non era un rivoluzionario. Il suo messaggio, però, aveva comunque una valenza politico-religiosa decisamente antiromana».

Che cosa dire della morte in croce? Gesù l'aveva messa in programma? E aveva immaginato cosa sarebbe successo dopo di lui?

PESCE «Gli studiosi sono abbastanza concordi nel ritenere che non avesse programmato quello che sarebbe successo dopo la sua morte. Un esempio è la questione dell'avvento del regno di Israele che, secondo le profezie bibliche, avrebbe comportato anche la conversione di tutte le genti al Dio di Israele. Ma Gesù non ha mai dato istruzioni sul tema della conversione dei pagani. Per questo, alla sua morte, quando alcuni discepoli cominciano a evangelizzare i non ebrei, si scatenano dibattiti a non finire. Anche sulla seconda venuta di Gesù ci sono grossi dubbi: gran parte degli esegeti non pensa che Gesù avesse previsto la sua morte. Quindi le tre predizioni della morte del Vangelo di Marco, riprese da Matteo e da Luca ma assenti in Giovanni, sarebbero una creazione dei primi seguaci di Gesù, per dare un significato allo scacco terribile della morte. La credenza alla risurrezione poi portò a una reinterpretazione di tutto il messaggio di Gesù. Perché in effetti egli aveva predicato l'avvento del regno di Dio, ma aveva parlato pochissimo di risurrezione. Gli esegeti su questo sono concordi: il tema della predicazione di Gesù non era la risurrezione. Questa diventa il tema centrale, che sostituisce quello del regno di Dio, solo in Paolo di Tarso. E qui si pone l'enorme problema della discontinuità del cristianesimo rispetto a Gesù: come mai da un predicatore ebreo, che non voleva fondare una nuova religione, è nato il cristianesimo, che peraltro si caratterizza abbastanza presto come fortemente antiebraico?».

PERRONI «Stavo pensando a quel termine, "distillare": calcolando che già gli evangelisti hanno distillato pezzi di ciò che Gesù ha detto e fatto in vita, noi oggi dobbiamo distillare dal distillato. Un'impresa veramente ardua, eppure assolutamente indispensabile. Il tema della morte e risurrezione è particolarmente centrale, in proposito. Il significato sacrificale, in termini espiatori, della morte di Gesù è molto discutibile che sia da attribuire storicamente a Gesù stesso. La domanda interessante è come mai, quasi subito, questo significato diventa invece centrale nel cristianesimo».

Nel pubblico comune non c'è l'idea che la prima comunità dei seguaci di Gesù fosse così variegata, e anche così conflittuale. Lo si vede anche nella diversa selezione degli episodi e dei detti di Gesù che fanno i diversi Vangeli. Come si spiega tale diversità? Per chi scrivevano gli evangelisti? Su cosa basavano i loro scritti? E qual era il loro obiettivo, nel complesso mosaico delle prime comunità cristiane?

DESTRO «Sì, tra i seguaci di Gesù esistevano diversi gruppi. Insisto sul termine "gruppi", e non comunità, che è stato criticato dall'esegesi recente, perché "comunità" pare presupporre già l'esistenza di una Chiesa staccata rispetto ad altri gruppi ebraici. Invece esistevano diversi gruppi: certamente uno faceva capo a Giacomo, il fratello di Gesù, e faceva base a Gerusalemme. Un altro gruppo, molto ampio, è quello che possiamo chiamare giovannista. Perché produce da un lato il Vangelo di Giovanni, ma anche il Vangelo apocrifo di Tommaso. Secondo alcuni il Vangelo di Tommaso è, diciamo così, l'ala sinistra del giovannismo. Esistono poi dei gruppi in cui la predicazione parte dalla Galilea e altri gruppi gerosolimitani, diversi da quello di Giacomo. Tutti questi gruppi si muovono indipendentemente l'uno dall'altro, così come ha fatto lo stesso Paolo di Tarso, che non ha chiesto a nessuno il permesso di predicare la buona notizia evangelica. Quindi, nei primi decenni dopo la morte

di Gesù dobbiamo immaginare una situazione in cui nei vari villaggi della Galilea, della Transgiordania e della Giudea esistevano diversi gruppi di seguaci di Gesù che crescevano parallelamente».

Ma questi gruppi si conoscevano tra di loro? Erano collegati?

DESTRO «Ecco, qui non siamo tutti d'accordo. A giudizio mio e di Pesce, per lo più questi gruppi ignoravano l'esistenza l'uno dell'altro e andavano per conto proprio».

LUPIERI «Io invece sono molto scettico sull'ignoranza reciproca. Secondo me, proprio perché si conoscevano benissimo, litigavano tra loro come cani e gatti».

DESTRO «Che si conoscessero o meno, dalla morte di Gesù fino agli anni 50 si sviluppano in maniera indipendente. E sono una molteplicità: la costellazione giovannista, i gruppi paolini, i giacobiti, i seguaci di Gesù di tendenza battista, ellenisti di vario tipo, gruppi di lingua greca, gruppi di lingua aramaica. Questo spiega perché si sviluppano Vangeli diversi e, fin dall'inizio, una molteplicità di scritti che in parte abbiamo perduto. Abbiamo a che fare, dunque, con comprensioni differenti della figura di Gesù, della sua missione, con immaginari religiosi a volte distanti».

LUPIERI «C'è però anche un problema: quando comincia a diventare centrale la figura di Pietro? A mio giudizio esistevano anche gruppi che possiamo definire in qualche modo "petrini" e che giocavano un ruolo tra quelli di Giacomo e quelli di Giovanni. La "creazione" della centralità della figura di Pietro mi pare un compromesso tra due costellazioni, quella petrina e quella giovannista, per arginare l'influenza di Giacomo. A Pietro viene riconosciuto il potere effettivo, mentre Giovanni, il discepolo amato, conserva un'autorità spirituale. Se non ci fosse stato tale compromesso, il Vangelo di Giovanni non sarebbe finito nel Nuovo Testamento tra i testi canonici».

PERRONI «Questo stesso meccanismo c'è anche tra Pietro e Maddalena. In effetti, il problema della costituzione e della trasmissione dell'autorità è stato un nodo difficilissimo per la prima comunità cristiana: difficile ma necessario, perché — a mano a mano che i gruppi crescevano di numero e consistenza, e andavano trasformandosi in vere comunità — nasceva il bisogno di un riferimento sicuro, serviva il riconoscimento di un'auctoritas».

LUPIERI «Sì, a un certo punto si è sentita la necessità di individuare un tradente significativo, una figura apostolica che avesse conosciuto da vicino il fondatore. Ma anche questo processo di identificazione di un'autorità centrale è stato motivo di discussioni molto aspre e molto lunghe. Pensiamo al caso di Paolo, che cerca di farsi spazio tra le varie figure centrali della prima comunità ma che, non potendo fondare la sua autorità su una conoscenza diretta con il Gesù storico, allora cerca di fondarla su quello che lui chiama "il Risorto", che però è una visione, avvenuta parecchio tempo dopo la morte di Gesù».

PESCE «Questo della creazione di un'autorità gerarchica è un processo lungo e veramente complicato. Se leggiamo il Dialogo con Trifone di Giustino, ad esempio, capiamo che nel 150 dopo Cristo i seguaci di Gesù spesso sono ancora fortemente legati alle comunità ebraiche. Esistono poi molti gruppi di cristiani diversi fa loro. A Roma

nel II secolo tra i cristiani esistono almeno una decina di gruppi. All'epoca, insomma, non c'era ancora nessun Papa, nessuna autorità centrale riconosciuta. Per giungere a un episcopato monarchico a Roma, bisogna arrivare alla fine del II secolo».

Dunque, quando la molteplicità di questi gruppi inizia a riconoscersi come rete di una stessa comunità, con un'autorità centrale a governarla?

LUPIERI «Certamente con Costantino abbiamo una manovra accentratrice in tutto l'Impero. Prima di Costantino il concetto di Chiesa non è corretto, o almeno bisogna usare il plurale, Chiese. Da un punto di vista storico questo è fondamentale: non esisteva la realtà storica di Chiesa. Siamo noi che la proiettiamo all'indietro, perché per noi è normale pensare così».

PESCE «D'altronde il concetto di eresia diventa un concetto negativo, indica cioè una tendenza condannabile, soltanto a partire dalla seconda metà del II secolo, in particolare con Giustino, perché prima non esprimeva un significato negativo, ma significava semplicemente una molteplicità di tendenze lecite, scelte libere. Il concetto di ortodossia è quello che determina la creazione del concetto di eresia come concetto negativo. Ma parlare di ortodossia cristiana prima della metà del II secolo è un errore storico, non si poneva questo problema. Questo aspetto deve essere, secondo me, messo in rapporto con il fatto che la predicazione di Gesù era rivolta al popolo d'Israele: "Io sono stato mandato soltanto per le pecore perdute della casa d'Israele". Gesù è il predicatore dell'avvento del regno, ma non è il realizzatore del regno, è Dio che realizzerà il regno. Lui si pone come predicatore del perdono e della riconciliazione prima dell'avvento del regno, e predica solo agli ebrei perché gli ebrei siano in grado di entrare dentro il regno. Quindi l'idea dell'istituzione di una Chiesa separata è totalmente fuori dalla sua immaginazione, perché il suo punto di riferimento è soltanto Israele, e fin quando i gruppi di seguaci di Gesù hanno avuto come punto di riferimento Israele, ognuno poteva essere quello che voleva: fariseo, collaborazionista con i Romani, antiromano. Quindi i gruppi gesuani vivevano all'interno di questo contesto, e solo molto lentamente si sono resi autonomi dall'orizzonte ebraico, coagulandosi in Chiese: la Chiesa di Roma, la Chiesa di Costantinopoli, la Chiesa di Antiochia».

PERRONI «Vero, non c'è la formalizzazione della distinzione tra ortodossia ed eresia, questo è un processo successivo, però lo scontro, la polemica, la scomunica reciproca esistevano già. Le scomuniche tra fratelli hanno subito fatto parte della fatica — diciamo così — della diffusione del messaggio gesuano».

COZZI «È indubbio che sin dall'origine c'è una molteplicità di forme dell'esperienza religiosa tra i seguaci di Gesù. D'altronde Ireneo, di fronte alla minaccia dello gnosticismo, dice che soltanto gli eretici cercano un solo Vangelo per fondare la fede, anziché tenerne quattro, con tutte le letture simboliche. Dunque, nell'autocoscienza della Chiesa dei primi secoli è molto chiaro il bisogno di percepire l'unità della tradizione nella molteplicità delle forme di espressione. Che questa unità, istituzionalizzandosi, selezioni la memoria di Gesù, tenendo alcune cose e tralasciandone altre, è pacifico. Però nell'autocoscienza della Chiesa c'è sia la molteplicità che l'esigenza di costituire un'unità di senso».

Quel che è certo, in ogni caso, è che tra il Gesù della storia e il Cristo della fede esiste uno scarto. In questo senso, l'esegesi storico-critica rischia di essere un pericolo per la fede? O può invece aiutare per la sua maturazione? E in che modo si possono mediare i risultati di queste ricerche nella pastorale, cioè nel vivere quotidiano delle comunità di fede?

COZZI «Di sicuro la fede non ha paura delle ricerche storiche, perché vive di questo referente del suo credere che è Gesù. Quindi ben vengano questi studi. Sono più scettico sulla possibilità di mediare i risultati nella predicazione, e quindi nella coscienza di fede collettiva. Tra la gente c'è curiosità, ma la divulgazione del processo di formazione del cristianesimo delle origini è obiettivamente difficoltosa. Anche perché o emerge il desiderio di una sintesi carismaticofondamentalista, tipo "dicci che cosa d'importante Gesù ci ha lasciato", oppure c'è il rischio di una dispersione metodologica che conduce al "tanto non se ne ricava niente". Secondo me, una fatica dell'esegesi italiana moderna è proprio quella di evitare i due rischi opposti, dispersione metodologica e reazione fondamentalista, trovando una metodologia che valorizzi quella molteplicità originaria di esperienze, in modo che non ci faccia paura ma ci permetta di ascoltare la storia in tutta la sua ricchezza. Forse ha pesato anche un certo timore dell'episcopato, che ha spinto alla prudenza nel tentare un processo di divulgazione degli studi... Fatto sta che il rapporto tra una pubblicistica di tipo scandalistico e banalizzante e un approccio troppo serioso e specialistico a questi studi non è ancora stato sciolto».

LUPIERI «Sì, giusto. Farei certamente riferimento al documento del 1994 della Pontificia

Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, laddove dice — dopo la prefazione dell'allora cardinale Ratzinger — che il metodo storico-critico si ritiene non solo utile, ma essenziale e necessario».

PERRON I «Don Alberto, io sarei un po' più fiduciosa sulle aspettative e le possibilità del popolo di Dio che ascolta la predicazione. I fedeli non sopportano più la predicazione come viene fatta attualmente, e questo forse significa che si aspettano qualcos'altro. Nella mia esperienza, tutte le volte che uno parla con le persone spiegando che la varietà dell'esperienza dei primi cristiani — per cui la fede del quarto Vangelo, dunque delle comunità giovannee, non era la stessa per esempio di quella dei Galati, perché avevano problemi diversi — si accorge che ciò induce a un pizzico di sano relativismo, che oggi è senza dubbio una risorsa, e non una bestemmia checché ne pensino i fautori della predicazione apologetica. Un pochino di relativismo spinge a un approfondimento della fede, non bisogna temere che il popolo di Dio possa essere indotto in chissà quali orrende confusioni!»

COZZI «Io non sono pessimista sul popolo di Dio. Il mio pessimismo era sul fatto che non abbiamo trovato ancora i modi per mediare e trasmettere questo sapere un po' specialistico. Che la predicazione possa essere un luogo di questa mediazione, non lo so. Sicuramente trovare i modi e i luoghi per condividere questa sensibilità è una sfida aperta».

PESCE «Quando mi si chiede se l'esegesi storico-critica metta in pericolo la fede, io dico no, se per fede si intende un atteggiamento esistenziale verso Dio, la fiducia di sentirsi guidati da lui, immersi nella sua potenza soprannaturale che guida i destini della storia. Se invece per fede si intende la concettualizzazione di questa esperienza, che avviene necessariamente in una cultura determinata, allora l'impatto critico dell'esegesi storica è forte su questa struttura concettuale. Anche perché a me sembra che il paradigma principale della teologia cattolica oggi — quella meno conservativa — sia quello del ritorno alle fonti, concepito come il ritorno all'epoca patristica dei primi quattro concili. Qui invece si tratta di creare un altro paradigma teologico, che è stato percorso da alcuni grandi teologi, che sono stati marginalizzati nel dopo-concilio, quello cioè del ritorno a Gesù stesso, non all'interpretazione patristica di Gesù».

DESTRO «Il nostro obiettivo di studiosi, ovviamente, non è pastorale. Ma il nostro lavoro talvolta ha delle conseguenze pastorali. Io ho ricevuto lettere da gente qualsiasi che, leggendo quello che scriviamo da vent'anni, mi ha scritto: finalmente ho capito qualcosa di Gesù, finalmente ci posso ragionare anch'io»

LUPIERI «Una questione che mi preoccupa è l'uso del postmoderno in chiave reazionaria, conservatrice, favorevole a un'interpretazione letterale, assurda e allucinante di tutto il patrimonio biblico. Ricordo ancora un giovane teologo americano che disse pubblicamente: finalmente ci possiamo liberare dalla storia. C'è un rischio enorme nell'abbandonare l'esegesi storico-critica. Per cui dico: ben venga (anche se è arrivato tardi) il documento della Pontificia Commissione Biblica del 1994».

PERRONI «C'è anche un altro rischio, ed è quello della predicazione carismatico-spirituale, che riduce e riconduce tutto ad avvenimento, a un accadimento. Il che non è vero, perché così si tradisce radicalmente lo spirito e la lettera dei testi, e anche la loro finalità. Si rischia di pensare che l'episodio di Gesù che cammina sulle acque sia stato un fatto storicamente avvenuto, in un giorno e a un'ora precisa. Questo tipo di predicazione rischia di essere quasi peggio della lettura fondamentalista».

LUPIERI «Sì, è un rischio. Il fatto è che una lettura spiritualistica viene sdoganata in un contesto postmoderno».

PERRONI «E la cosa si complica ancora di più nelle nostre Facoltà teologiche, in cui la maggioranza degli studenti viene da strutture religiose in cui si opera ancora oggi un indottrinamento di tipo premoderno. Premoderno e postmoderno, dunque, stanno facendo cortocircuito. Questo dovrebbe spingere noi studiosi e anche le autorità della Chiesa a un serio esame di coscienza».